Il passo e la rosa
I diari della Luchadora #7
Ci sono momenti nella vita in cui ovunque ti trovi, in ufficio, per strada, sull’autobus, senti che l’unica cosa di cui tu abbia bisogno in realtà sia un abbraccio sicuro che ti trasporti nell’oblio di un tango. Un tango senza aspettative. Un tango senza pretese. Solo per il bisogno di sentire di esserci. Solo per il bisogno di sentire la vita.
Poi ti trovi in milonga. Qui hai la possibilità di appagare quel sentimento triste che si balla. E, invece, non ci riesci. È come se di colpo perdessi le parole che avevi conservato con cura per quel momento tanto atteso. È come se di colpo non ricordassi più i passi che hai imparato con tanta pazienza. Nessuno ti invita a ballare. O, se ti invitano a ballare, non riesci a esprimere ciò che senti. Perché spesso vorremmo dire delle cose e, invece, non riusciamo a dire neanche una parola? Perché spesso vorremmo ballare in un certo modo e, invece, non riusciamo a fare neanche un passo?
Non so se sia una cosa normale per chi inizia a ballare il tango. Ma c’è un momento in cui si sconfigge la paura del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è un momento in cui si apprezza la bellezza del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è, poi, un momento in cui ci si piace dall’interno del microcosmo dell’abbraccio a due che si crea di volta in volta. Ed è come se ci si riuscisse a guardare dall’esterno e a compiacersi di quanto si sta facendo insieme. E poi c’è la fase del blocco. È normale avere la fase del blocco?
Ieri sera ero nella ormai famosa milonga dell’Eur. A proposito: bellissima, a conferma che il post di qualche settimana fa non era contro gli organizzatori! A dire il vero però, anche ieri sera qualche donna non ci ha risparmiati dai siparietti imbarazzanti… ma voglio spezzare una lancia in favore degli organizzatori: al momento dei “siparietti” ho guardato subito la faccia degli organizzatori stessi: imbarazzati anche loro…per fortuna! Dicevo… ieri sera ho chiesto alla mia esperta amica tanghéra G., se sia normale passare quella che chiamo “la fase del blocco”. G. mi ha detto che sta capitando anche a lei. Ma non ho fatto in tempo a spiegarle ciò che sento che G. ha iniziato a parlarmi del “suo” blocco. Un blocco che lei suppone essere di natura “psicologica e interiore, dettato comunque da un fattore esterno”. “Il fattore esterno” di G. è un ragazzo che ha incontrato in milonga. Lo abbiamo visto tutti che tra lei e il ragazzo è scattato subito qualcosa. “Qualcosa di fisico più che mentale” dice G.. Un’affinità che si traduce in un bellissimo tango anche solo da guardare. Ieri sera G. incontra quel ragazzo in milonga. È una serata speciale: è presente tutto il mondo del tango romano. L’occasione è un evento importante: due bravissimi ballerini argentini si esibiscono in pubblico. Prima dell’esibizione G. va a prendersi una cosa da bere al bar della milonga. Mentre si avvicina al bar, nella folla, ecco gli occhi di quel ragazzo incrociarsi con i suoi. Si salutano. Ma quel saluto è veloce e un po’ freddo. “È strano” dice G. “perché solitamente quando ci incontriamo lui è molto più espansivo e solitamente mi invita a ballare. O comunque almeno due parole ce le scambiamo. E poi, se non subito, ma comunque balliamo”. E, invece, quel ragazzo non inviterà G. a ballare. Chissà cosa scatta nella testa di G. che passerà tutta la serata ad accettare inviti da qualunque tanghéro. Lui si avvicina più volte a dove G. è seduta. Eppure non parleranno. O, meglio, parleranno a distanza ravvicinata, quasi schiena a schiena, ma rispettivamente con altre persone. G. avverte tristezza nel suo cuore. Cerca di scacciarla nell’abbraccio con altre persone. Eppure non ci riesce. E non solo non riesce a scacciarla. Non riesce neanche ad attenuarla. Mentre balla con altre persone cerca lo sguardo di quel ragazzo nella milonga. G. ha lo sguardo perso e assente. Tra una tanda e l’altra viene da me e mi dice che non sa proprio cosa le stia capitando. Cerca di concentrarsi, eppure non ci riesce. E allora sbaglia i suoi passi che fino al giorno prima la facevano volare sui suoi tacchi alti. Poi di colpo vede quel ragazzo abbracciato a un’altra ragazza. Ballano. Secondo G. nell’abbraccio dei due c’è la stessa passione che G. normalmente sente quando ballano insieme. Allora li guardo anche io. Effettivamente è innegabile. G. ha ragione. Il ragazzo mette la stessa passione anche con le altre. Però, ogni tanto, la guarda da lontano. G. si sfoga: “Non so spiegarmi cosa mi stia prendendo. È qualcosa di irrazionale: avverto dolore, delusione, rabbia! Quasi mi verrebbe da andare lì e dargli uno schiaffo in faccia! Ma perché? È assurdo!” Osservo il suo viso infuocarsi. La convinco a uscir fuori a fumare una sigaretta. “Il freddo – penso – la aiuterà a raffreddare i bollenti spiriti. “Perché – continua a ripetersi G. – dovrei provare gelosia per qualcuno che conosco appena?” Non so che risponderle e lei continua: “Quando l’ho visto abbracciato ad altre ho sentito il mio cuore lacerarsi”. G. è sopraffatta da un sentimento inaspettatamente nuovo. “È questa la gelosia? È giusto provare gelosia nel tango?”. Non so veramente cosa risponderle. Mi viene quasi da ridere pensando che inizialmente la domanda gliel’avevo fatta io pensando che, essendo G. una tanghéra più navigata, potesse avere più risposte di quante lei in quel momento ne stia chiedendo a me. Io, che nei sentimenti sono un disastro, e ora bloccata pure nel tango!
Ma è stato a quel punto che anche io mi sono chiesta se sia giusto provare gelosia nel tango. Se sia “normale”. E stamattina mi sono svegliata, ancora una volta, con in testa la canzone di Vinicio Capossela “Con una rosa”.
Spesso sento dire dalle coppie di tanghéri, che sono coppie anche nella vita reale, che quando vedono il proprio partner abbracciato ad altre persone provano ammirazione, piacere, tenerezza, felicità. Ma allora mi chiedo: cosa c’è da essere felici nel vedere la propria o il proprio partner in un intimo abbraccio con sconosciuti? Sia chiaro: l’abbraccio del tango cambia da persona a persona. Ma se ci si trova di fronte a un abbraccio inequivocabilmente passionale non è più normale provare dolore, delusione, rabbia? E poi: può esistere la gelosia nei confronti di una persona che neanche si conosce al di fuori di una milonga? Ha, dunque, ragione G.?
P.s.
Ho rivisto il tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino. Non riesco più a distinguere la follia dalla normalità. Perché il vero è percepito come follia verbalizzata mentre il falso diventa normalità non detta? Mi verrebbe quasi da dire: “Evviva il folle che ha il coraggio di dire ciò che pensa in faccia! Evviva il folle che ha il coraggio di sussurrare all’orecchio ciò che sente!”. E, allora, forse non sarà che è la verità, e non la follia, a far paura? Certamente, per ora, posso immaginare che i sentimenti di G. siano veri e mi fanno paura. Forse i sentimenti di G. sono un mistero che io ancora non ho conosciuto. Sono un mistero che io, certamente, non abito. E in cui, forse, non vorrò mai abitare. Neanche se mi venisse a cercare con una rosa. Perché, con la fortuna che ho, sarebbe piena di spine!
La Luchadora
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Il “blocco” è normale, lo vivono tutti, e anche più di una volta, in realtà è un momento di crescita, dopo, una volta superato, si passa ad un livello tecnico diverso, ad una consapevolezza milonguera, e non solo, diversa.
Se ne vivono parecchi durante la pratica del tango,a distanze temporali via via più lunghe. La gelosia e la passione fanno parte del gioco, ma la tua amica G. ha forse confuso qualcosa che molte donne confondono ballando tango, la passione non coincide con l’affinità, ballare bene con una persona non vuol dire avere trovato la persona “giusta” anche per altre faccende, fisiche materiali o spirituali, questo è un pericolo e un rischio nel quale incorrono molte donne principianti.
E bisogna anche dire che molti uomini ben sapendolo se ne approfittano.
Ora meravigliarsi perchè un uomo balla con la stessa passione anche con altre donne è risibile, sarebbe curioso il contrario, un uomo (o una donna) DEVE ballare sempre con passione, e come dico spesso, ballare ogni tango come se fosse l’ultimo.
La passione viene dalla musica, miscelata a tutto il resto, non viene dalla persona o dal contatto fisico soltanto, pensare questo significa non avere compreso cosa è realmente il tango.
L’abbraccio è la somma di varie compenenti, ma nessun ballerino balla senza la musica che lo deve ispirare, se non è in primis la musica ad ispirarlo ma altro allora non è andato in milonga per ballare.
il tango argentino, è la passione della commozione o del divertimento estremo del ballare questa musica insieme ad un’altra persona, del sentirsi vicini anche quando l’altro è un estraneo apparentemente lontano, è una ubriacatura e una comunione dei sensi, un momento intimo condiviso.
Confondere questo con altre faccende vuol dire aver perso di vista il tango.
Il resto viene dopo ed è accessorio.
Consiglio la lettura di questo articolo:
http://www.sabordetango.org/20/tango-a-roma-riflessioni-su-musica-tecnica-e-problemi-del-tango-nella-capitale/
Il tango non è liquido. Non lo è perché richiede, tra l’altro una grande dose di dedizione, sacrificio, impegno nel tempo che sono necessari per instaurare una relazione appagante per i tre minuti di un tango. Si tratta di una relazione tripartita tra i due che ballano e chi guarda a realizzare quella che è la pareja de tango. E’ questo l’artefatto cui la passione del tango vuole dare forma e contenuto. Tutto il resto non è tango, per tutte le ragioni che indica correttamente “Sabordetango Redazione” nel suo – ottimo - commento. Di quest’ultimo segnalo l’espressione “aver perso di vista il tango” come opportunità di chiarire proprio il sentimento di chi guarda alla coppia che danza in milonga. Il terzo che osserva le coppie che danzano è parte essenziale dell’esperienza tango. Se esplori l’importanza di chi guarda, le opportunità di appagamento che questo “punto di vista” dà alla coppia e da questa ne riceve, trovi la tua risposta alle domande che ti poni in fondo al post. I blocchi nel tango sono tanti, ogni volta originati dalla pausa che richiede l’elaborazione di ciò che ci manda in crisi. Questa volta è vedere che un tanguero/tanghero vive l’aspettativa della pareja de tango, mentre noi ne siamo ancora lontani perché confondiamo la relazione unica che offre il tango con l’opportunità di una relazione liquida. Se cambiamo le nostre lenti, se indossiamo quelle che il tango davvero richiede, vedremo quel mondo per quello che è e noi in quell’universo per ciò che siamo.