Feb
18
2009
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Tango “El Dia Que Me Quieras” di Carlos Gardel

Esistono decine di storie intorno al brano che vado a presentarvi oggi. Si tratta di una delle composizioni più ricordate in tutto il mondo. “El Dia Que Me Quieras”, con parole di Alfredo Le Pera e musica di Carlos Gardel.

In un libro che scrisse il gran musicista e direttore di orchestra Terig Tucci, questi ci racconta alcuni aneddoti che forse qualcuno di voi non ha mai ascoltato. Il libro si intitola: Gardel a New York.

“El Dia Que Me Quieras” nacque il 25 di Marzo del 1935. Dice Terig Tucci che l’unica maniera per Gardel di comporre le sue canzoni era di canticchiarle al musicista perché questi le annotasse sul pentagramma. Racconta l’autore che Gardel si arrabbiava quando gli veniva in mente un motivo o una frase musicale e non aveva nessuno cui dettarla.

Secondo Tucci, il suo metodo di comporre consisteva nell’improvvisare con il canto un fraseggio melodico su qualche traccia poetica che gli dava Le Pera e così accadde con El dia que me quieras.

Terig Tucci inventò un modo di annotare le melodie che venivano in mente a Gardel. Consisteva nel marcare i tasti del pianoforte con pezzetti di carta su cui Gardel andava identificando le note delle sue melodie con le lettere dell’alfabeto. Quando arrivava Terig Tucci a casa di Gardel, tutti i giorni trovava il piano tappezzato.

Ricordando la composizione di “El Dia Que Me Quieras” Tucci ci dice che la metrica di 7 sillabe dei versi nel ritornello: “El día que me quieras / la rosa que engalana” si ripete 14 volte durante la canzone e questo crea una monotonia e povertà ritmica che la melodia non può alleggerire. Gardel riconosceva questa falla nella ripetizione della metrica.

Le Pera risolse il problema scrivendo alcune righe in verso libero per il finale. Il testo dice così:

Acaricia mi ensueño
el suave murmullo
de tu respirar

Cómo ríe la luna
si tus ojos negros
me quieren mirar.

si es mío el amparo
de tu risa leve
que es como un cantar,

ella aquieta mi herida
todo, todo se olvida.

El día que me quieras
la rosa que engalana
se vestirá de fiesta

con su mejor color,
al viento las campanas
dirán que ya eres mía

y locas las fontanas
se contarán su amor.

La noche que me quieras
desde el azul del cielo
las estrellas celosas

nos mirarán pasar
y un rayo misterioso
hará nido en tu pelo

luciérnaga furiosa
que verá que eres mi consuelo.”



Traduzione in italiano:

Accarezza il mio sogno
il soave mormorio
del tuo respirar.

Come ride la luna
se i tuoi occhi neri

desiderano guardarmi

E se è mio il rifugio
del tuo lieve sorriso
che è come un cantar,

lei quieta la mia ferita
Tutto, tutto si dimentica

Il giorno che mi desideri

la rosa che adorna
si vestirà a festa
con i suoi migliori colori

al vento le campane
diranno che sei già mia
e pazze le fontane

si racconteranno il suo amor
La notte che mi ami
dall’azzuro del cielo

le stelle gelose
ci guarderanno passare
e un raggio misterioso

farà nido dei tuoi capelli
lucciola furiosa
Che vedrà che sei la mia consolazione

Gardel si trovava a New York per le riprese del film “El Dia Que Me Quieras”. Terig Tucci dice che Gardel fuggiva dagli studios per ascoltare la orchestra che provava il suo numero. Tucci racconta nel suo libro:

Il tipo si dilettava ascoltando i ritmi e le cadenze della sua canzone, pensando che alcuni giorni prima litigavamo impazienti con questa stessa musica che adesso ci sembrava perfetta“.

Written by Giulio in: Cultura, Musica |
Dic
23
2008
3

Tango Estilo Salon, Milonguero, Nuevo, Orillero o Fantasia ?


Credit http://www.flickr.com/photos/rogimmi/2386957357/

Milano 1997 Tangoy. Osvaldo Roldan e Monica Fontana. http://www.flickr.com/photos/rogimmi/2386957357/


Indagine sullo stile Milonguero con una intervista esclusiva a Kely y Facundo Posadas, una coppia famosa del tango argentino che può raccontare, per averli vissuti, gli anni in cui si formarono molti degli stili che oggi balliamo.

Spesso si sente dire ” No io questo non lo so fare, sai ballo il tango miloguero….” oppure ancora prima di iniziare ” io ballo il tango milonguero….” come per mettere le mani avanti e scusarsi in anticipo.
Altre volte invece qualcuno chiede ” Cos’è il tango milonguero ? Sai un mio amico mi ha detto che balla quello stile lì……”

Io a queste persone spesso rispondo citando Alejandro Aquino:

“Beh…Se non sai ballare il tango ti rimane pur sempre il tango milonguero !”

Alejandro Aquino ballerino coreografo scelto insieme alla sua compagna da Osvaldo Pugliese nel 1989 per far parte della sua grande orchestra, in una intervista pubblicata su “Il Tango - sentimento e filosofia di vita” - di Elisabetta Murraca edito da Xenia Edizioni nei tascabili 2000 si pronuncia proprio così, (pag 98) come citato sopra, sul tango milonguero.

E ancora in un’altra intervista a Osvaldo Roldan (insegnate dello stile milonguero) leggiamo:”…questo stlie (il milonguero ndr) è abbordabile da qualsiasi tipo di persona, grassa o magra, alta o bassa, che abbia o meno problemi di ritmo….” (pag 101)

In altre parole un tango per chi non sa ballare il tango argentino, buono anche per chi ha problemi di ritmo e musicalità ? Un tango di serie B ?

In realtà il tango milonguero si dovrebbe chiamare più precisamente “del centro”.
Milonguero è un termine improprio, il milonguero è il ballerino che frequenta la milonga, e non è certo meno milonguero se balla il tango salon o un altro stile.

Grazie a dio nel tango argentino a differenza della salsa (portoricana o cubana) chi sa ballare tango lo sa ballare con tutti. Eppure sembra che i ballerini che seguono lo stile milonguero siano (insieme a quelli che seguono il tango nuevo) gli unici che si debbano giustificare per non sapere come fare questo o quest’altro.

Il tango del centro (o milonguero) ha un abbraccio molto stretto, ballando molto stretti non si possono fare molte cose con i piedi; gli ochos cortados per esempio nascono proprio perchè la donna non può allungare bene i fianchi, ed oltre a pochi altri passetti non si può fare altro.

Di solito il tango è molto più libero: nel tango si può fare di tutto, basta che sia guidato, segnalato, che si capisca e che non metta in difficoltà gli altri.

Una tra le teorie più accreditate vuole che il tango oggi detto milonguero nasca dopo gli anni 70 in centro, a Buenos Aires, nelle confiterias (luoghi di ritrovo simili a bar o rosticcerie, dove si può fare uno spuntino e anche ballare).

Nelle confiterias si recavano in pausa pranzo gli impiegati, uomini o donne, ma non necessariamente per ballare, bensì per fare conquiste, oggi diremmo a “rimorchiare donne”. Queste persone non erano interessate al ballo ma ad appoggiarsi ad una donna, stringerla e parlargli all’orecchio. Ed erano persone che, non essendo interessate al ballo, per la maggior parte non sapevano ballare.

Nacque quindi questa “moda” di ballare molto chiusi, stretti, un tango fatto di tanti piccoli passetti e qualche giro.

Si diffuse quindi piano piano questo modo di ballare, che ancora oggi alcuni non definiscono nemmeno uno stile ma appunto una moda, e che continua a creare così tanto disagio in chi lo apprende. Una cosa è certa chi balla in asse il tango salon non ha problemi a ballare anche molto “apilado” come nello stile milonguero. Quindi la questione si pone molto per i ballerini in stile milnguero quando si mettono in gioco con gli altri: da qui la famosa frase ” eh ! scusa sai io ballo il tango milonguero…”.

Ho visto molti insegnanti di stile milonguero che nel momento di esibirsi buttavano via il loro stile per sfoggiare un tango in asse, da salon, aperto, più libero che si trasformava poi nello stile coreografico o fantasia.
E si vedono spesso molti allievi di questi insegnanti delusi, quando poi durante una esibizione i loro maestri non propongono il tango che insegnano ma qualcos’altro.

Lo stile Milonguero si adatta bene a piste piccole, strette, dove c’è poco spazio, o appunto in tutte quelle situazioni dove si richiede di essere a stretto contatto.

Nella pratica da milonga è facile passare da uno stile all’altro per il milonguero vero, ovvero colui che sa ballare il tango argentino e usa lo spazio, l’abbraccio, i passi e il ritmo della musica per esprimersi come il sentimento e l’estro del momento gli suggeriscono.

Dunque ricapitoliamo Il tango argentino non è come la salsa, per cui chi balla la portoricana non si capisce con chi balla la cubana e così via.
Il tango argentino è uno solo, chi balla tango argentino lo balla con tutti.

Gli stili diversi nel tango argentino non precludono di ballare con altre persone, caratterizzano solo la quantità e il tipo di passi e movimenti che uno può fare.
Nello stesso tango si possono alternare vari stili, allargando o chiudendo l’abbraccio, facendo o non facendo alcuni passi o figure, si può passare dallo stile salòn a quello più fantasia, spazio permettendo, per tornare poi di nuovo apiladi.

Chi dice io ballo solo il tango milonguero o il tango nuevo e non è capace di eseguire i passi fondamentali del tango ha delle carenze tecniche molto forti.
Ricordo un esempio recente: ho conosciuto una ragazza che balla, dice lei, il tango milonguero da tre anni ma non sa fare gli ochos, se mi guidi, dice, io faccio tutto, si in effetti tutto male, senza criterio, senza eleganza e senza tecnica.

Un suggerimento: quando qualcuno vi chiede voi che stile ballate ? Rispondete:
“Io ballo il tango argentino, e tu che pezzo ti sei perso di questo ballo ?”

In una intervista rilasciata in esclusiva ascoltiamo la storia di come nasce lo stile milonguero.

Kely y Facundo Posadas - Madrid - Accademia delle Belle Arti - dicembre 2006
10° Encuentro de Tango con Los Grandes.

Los Chantas Cuatro Team


Written by admin in: Cultura, Lezioni | Tag:, , , ,
Dic
06
2008
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Le trasformazioni nel modo di ballare il Tango argentino

Questo articolo, scritto da Lidia Ferrari, è apparso su “Buenos Aires Tango”, anno IV – numero 71 – Buenos Aires, Argentina.

Lidia Ferrari, argentina, è psicoanalista, ballerina e studiosa appassionata del tango.

La traduzione è di Giuseppe Blanco.


Per chi si avvicina al tango, o come spettatore o per imparare a ballare, è molto difficile avvertire le differenze di stile.

I gruppi di tango, il tempo (grande maestro!), l’esperienza, le ore passate a ballare in pista, i differenti luoghi di tango visitati, le persone con le quali si balla e i diversi insegnanti coi quali si apprende a ballare, vanno via via arricchendo la propria conoscenza. Con questa progressiva conoscenza del mondo del tango si affina la capacità di osservare e si comincia ad apprezzare differenze e variazioni che prima non si notavano: gradualmente si comincia a riconoscere una diversità negli stili.

Oggi c’è una grande discussione sugli stili del tango. Il problema delle discussioni fanatiche sugli stili di tango sta nel fatto che a volte sono proprio le persone con meno esperienza a prendere partito in maniera superficiale.

La cosa certa è che il tema non è di vitale importanza per chi è appena agli inizi.

Non si deve fare confusione fra gli stili del tango, intesi come quei modi di ballare il tango che si sono man mano stabilizzati, con lo stile personale che ognuno acquisisce nel ballo.

Il proprio stile personale non è influenzato solamente dal maestro con cui si è imparato. I maestri indicano un cammino, ma esistono altre variabili che influenzano il proprio modo di ballare: personalità, abilità, senso musicale, attitudini, caratteristiche fisiche, sensibilità, gusti, affinità, cultura estetica; questi sono gli aspetti che plasmano non solo lo stile di tango che si balla, ma anche il proprio stile come persona.

E’ difficile raggiungere un proprio stile personale senza essere passati attraverso una esperienza ricca di pratica, di apprendimento, e di frequentazione di milonghe. Una cosa è imitare lo stile di un maestro, altra cosa è acquisire un proprio stile personale. Ma lo stile personale si costruisce col tempo e con la esperienza. E’ come la costruzione di una casa: dobbiamo cominciare dalle fondamenta. Gli abbellimenti, le decorazioni verranno in seguito. Nessuno può collocare i quadri prima di aver costruito le pareti. Per questo sono importanti buone e solide fondamenta.

Dunque, quando si discute di stili o modi codificati di ballare il tango (milonguero, de salon, fantasia, canyengue, nuevo, etc.) si tende a considerarli come qualcosa di statico, come se da quando si inventò il tango, fossero già stati chiaramente definiti. Così come ogni ballerino costruisce il suo modo di ballare con gli anni, allo stesso modo gli stili che si sono andati codificando non sono stili creati e imbalsamati una volta per sempre. Sono il frutto di laboriose costruzioni di arte popolare collettiva, che si trasformano nel tempo.

In un’epoca in cui prevale il tango da spettacolo, i grandi maestri possono venire da lì. Poi può arrivare il tempo in cui cominciano a fiorire le milonghe e alcuni maestri nascono in questi spazi. A loro volta questi differenti stili si mescolano, si modificano, crescono, si consolidano e allora quello che crediamo essere uno stile autentico dalle origini, in realtà non è che una trasformazione nel tempo e nelle persone, il che non lo fa meno vero.

Sarebbe un bene che le polemiche sugli stili non impoverissero il tango, come accade quando in realtà sono in gioco mercati potenziali o orgogli personali. Sarebbe più proficuo che la discussione sugli stili si sviluppasse per approfondire le conoscenze e per arricchire il tango.

In generale gli stili nascono dalle modificazioni originate dai valori culturali e dalle condizioni sociali degli ambienti dove si balla.

Nella tappa di consolidamento del tango, il modo di ballarlo subisce importanti cambiamenti.

José Gobello cita Viejo Tanguero, cronista del quotidiano “Critica de Buenos Aires” che nel 1913 dice: “In questo quartiere il tango ha subito grandi innovazioni, modificando non solamente le sue figure ma anche la sua elasticità e sinuosità , che furono la caratteristica interessante delle origini. Interpretato da ragazze per la maggior parte italiane, che non si adattavano al movimento che i creoli autentici imprimevano al ballo, a quel tango fu posto il nome di “tango liso”. Il cambiamento nel modo di ballare divenne quasi generale e perse l’aspetto originario. Per questo motivo molti di coloro che ballavano in quel quartiere riempivano le scuole di ballo. Tuttavia famosi ballerini, come “el flaco Saul” si identificavano nei due stili e ballavano con la stessa facilità nell’una o l’altra milonga”.

Le polemiche di allora non sono le stesse di oggi. Gli stili permangono e, a volte, si modificano. Per esempio, attualmente, le polemiche sui differenti stili non sono legate a ragioni di moralità o di pregiudizi culturali.

Tuttavia gli stili continuano il loro cammino di trasformazione, così come le polemiche continuano, ma il tango vive.

- Los Chantas Cuatro Team -

Written by admin in: Cultura, Lezioni | Tag:, , , ,
Nov
08
2008
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Profumo di donna

profumo di donna

profumo di donna


Titolo: Scent of a woman

Anno di uscita: 1992

 

Regia: Martin Brest

Attori principali: Al Pacino, Chris O’Donnell.

frase celebre (detta da Al Pacino):

Non c’è niente di peggio che assistere alla stupida amputazione di un’anima perché per quello non c’è protesi…

Sentire il tango, seguirne le note, essere il corpo di quella musica.

Fondere due figure in un unico movimento. Tutto sulla musica, dentro la musica.

Questo è il delicato equilibrio del tango. Ne è un esempio la scena più famosa del film Scent of a woman in cui Al Pacino (nel ruolo di un non vedente) invita una donna a danzare, senza conoscerla, dopo averne sentito l’attraente profumo. È in questa meravigliosa scena che Al Pacino mostra come si possa raggiungere una perfetta sintonia sulla base di un unico elemento comune: la musica.

Il film narra di Charlie, un giovane studente che, per guadagnare un po’ di soldi, accetta il lavoro di accompagnatore per un week-end intero, per un uomo rimasto cieco dopo un incidente sotto le armi. Si tratta di Frank, un ex-ufficiale ormai in congedo da anni. Egli si rivela inizialmente cinico, burbero e molto solitario, con il brutto vizio dell’alcool e una grande passione per le donne. Si comporta spesso in modo eccentrico e il suo caratteraccio, rude e iracondo, non rende certo facile il compito di Charlie. Eppure dietro quella apparente rigidità si nasconde un uomo frustrato e malinconico che tenta addirittura il suicidio. Per fortuna viene scoperto in tempo e salvato dal giovane e così il rapporto tra i due comincia a diventare sempre più profondo e sincero finché il colonnello si rivelerà fondamentale nel risolvere un problema che affligge Charlie e i suoi studi universitari.

Il vecchio Frank è in realtà un uomo furbo e molto concreto; diventa per Charlie come un padre e lo difende pienamente ricambiando affettuosamente la lealtà e l’onestà del ragazzo.

Il colonnello si rivela anche un ottimo danzatore nella scena in cui invita una giovane ragazza a ballare un tango e, a dispetto della parte più rozza ed esuberante del suo carattere, in questa scena mostra di possedere la classe e l’eleganza tipica del ballo. Lei è sorpresa e rimane quasi stregata dalla maestria, dallo stile di questo sconosciuto.

Il colonnello è anche un gran conquistatore di donne ma il ballo non è semplicemente un mezzo di conquista, diventa un modo per trasmettere qualcosa, il desiderio di condividere con un’altra persona un momento intenso. Il tango è una grande passione e qui, probabilmente, rappresenta la passione per la vita, la voglia di mettersi in gioco, anche per un uomo di mezza età ormai disilluso e a volte stanco della propria esistenza. Il tango lo risveglia, gli dona energia e vitalità, diventa uno scambio di emozioni positive tra due personaggi mai incontrati prima e che, comunque, proseguiranno ognuno per la propria strada, conservando il ricordo di quel momento magico.

Forse non tutti sanno che il film è un remake del precedente Profumo di donna, film di Dino Risi del 1974 con un bravissimo Vittorio Gassmann. Dino Risi trasse la storia dal romanzo dello scrittore Giovanni Arpino (il titolo è Il buio e il miele).

Sabrina

- Los Chantas Cuatro Team -

 


Written by admin in: Cultura, Varie | Tag:,
Ott
16
2008
1

Tango a Roma: Riflessioni su Musica, Tecnica e Problemi del Tango nella Capitale

I maestri de La Academia de Tango Los Chantas Cuatro condividono alcune riflessioni sul Tango a Roma in una lettera aperta sul Tango, su quello che è o dovrebbe essere e su quello che sta diventando a Roma, a beneficio di chi si è avvicinato da poco al tango argentino e di chi invece lo pratica da più tempo.



Credit: (CC) Éole Wind - http://www.flickr.com/people/eole/

Credit: (CC) Éole Wind - http://www.flickr.com/people/eole/



Il tango argentino è la musica, in tutte le sue manifestazioni, i suoi ritmi e le sue tipologie. Su questo non ci piove. Il tango argentino è poi anche il ballo, e qualcuno dice che sia anche una danza, gusti personali. Il tango argentino è poi molte altre cose: arte, cinema e cultura; fino a divenire per gli argentini un modo di camminare e finanche di vedere la vita in un certo modo. Ma io qui oggi mi fermo alla musica e al ballo.

Quando noi balliamo tango argentino dobbiamo ballare la musica. Nessun ballerino/a balla senza musica.
E’ questo l’insegnamento che ci viene dai vecchi milongueros

Quello che accade invece e che molti ballano i passi o ballano le coreografie o le pose che si sono messi in testa. Chi balla i passi invece della musica, ha deciso di barare con se stesso, per motivi vari pensa di prendere una scorciatoia o di ridurre tutto ad una sciarada o a una caricatura.

A noi i passi non mancano, i “vecchi” del gruppo vi possono testimoniare che anche dopo dieci anni i passi non sono finiti, e ne continuano a vedere di nuovi e inediti. Ma attenzione, questo serve solo a mentenere viva l’attenzione, il passo nuovo è solo la scusa per esercitare la pratica del tango.

Per migliorare il domino e la padronanza sul proprio corpo, la capacità di gestire l’equilibrio, di spostare il peso, di controllare il proprio asse insieme a quello della donna in un respiro solo. Prerequisiti indispensabili per ballare.

Come mai allora ci meravigliamo quando vediamo un bravo ballerino che ha un’ottima tecnica ma balla la musica e non solo i passi che la sua tecnica gli consentono? Acquisendo molta tecnica possiamo fare a meno della musica? Ecco io credo che questo sia un equivoco in cui molti, quasi tutti, oggi, cadono.

Distinguiamo un bravo ballerino quando la musica che balla si esprime sulla tecnica che possiede, ma attenzione: se balla solo la sua tecnica, balla sui passi e non sulla musica.

Come si balla sulla musica? Bisogna sentire la musica, il suo ritmo ci deve possedere e ci deve commuovere, e ci deve anche divertire, se questo miracolo non avviene non abbiamo chance. Se la musica del tango non ci commuove o non ci diverte o non ci piace, se il suo ritmo non è dentro di noi non andiamo da nessuna parte.

Ciascuno di noi “sente” di più alcuni brani e preferisce ballare quelli piuttosto che altri, perchè “mi piacciono di più” spesso si sente dire. A parte i gusti personali, questa è una chiara spiegazione del fatto che ci riesce meglio ballare quando “sentiamo meglio” la musica e la sentiamo più vicina alla nostra sensibilità e quindi inconsciamente il nostro desiderio è effettivamente quello di ballare la musica.

Peccato però che quando non arriviamo a “sentirla” bene ricadiamo nel vizio e nella tentazione di ballare i passi.

Avere la coscienza di questa meccanica è già una fortuna, è il primo passo per sapere che la soddisfazione massima è quando andiamo a cercare la musica e non i passi.

L’indice massimo della nostra capacità di sentire la musica del tango è la quantità di brani che sentiamo vicini a noi. In parole povere: minore è la quantità di brani che ci piacciono, più siamo difficili di gusti, meno siamo dentro alla sensibilità di questa musica; e al contrario maggiore il numero di brani che “sentiamo” e quasi totale è la nostra sensibilità e comunanza con la musica di tango, più siamo dentro e vicini alla musica, e più siamo pronti ad esprimerla con il corpo attraverso la tecnica che possediamo.

Sulla tecnica anche vorrei dirvi quanto segue: la tecnica di questo ballo si impernia molto sulla capacità propria di saper gestire il proprio e l’altrui equilibrio, sulla respirazione che accompagna i movimenti e ci dà la forza per coordinarli.

La gestione del peso anche è fondamentale, fa parte del meccanismo che ci consente di controllare noi e l’altro. Cito sempre una frase che Pablo Veròn ci disse, oramai circa dieci anni fa, e che trovo vera ed illuminante: “Quando diventi padrone del tuo corpo, allora puoi fare quello che vuoi e non hai più limiti“.

Questo è quello che ci disse dopo tante volte che gli veniva richiesto come poteva fare una cosa piuttosto che un’altra. Ecco in quella occasione lui non ci diede il pesce ma la canna da pesca, e fu un insegnamento vero.

Divenire padroni del proprio corpo vuol dire gestire completamente i punti elencati sopra.

La tecnica si esercita e si migliora con la pratica, senza la gestione di anche solo di uno dei punti sopra scritti non abbiamo una buona tecnica il che vuol dire che possiamo permetterci meno passi e meno figure, ma non che non possiamo ballare.

Produrre passi o figure che non sono supportati da una buona tecnica non ci fa ballare meglio, al contrario ci rende ridicoli.

L’altezza o il peso sono relativi e non importanti, se si possiede un buon equilibrio si può ballare con una persona più alta o più pesante o più bassa e più leggera. Esteticamente però altezza e figure equilibrate sono migliori, ma è solo un discorso estetico da fare per occasioni particolari come le esibizioni.

All’inizio da principianti non pensiamo alla musica, siamo concentrati sulla tecnica sui passi, poi piano piano la musica si fa avanti e deve acquisire importanza maggiore, osservate in sala, in milonga si vede molta gente che balla i suoi passi per impressionare l’altro/a o il pubblico.

Si può impressionare molto di più l’altro/a ballando sulla musica, è più difficile ma più potente.

Questo è il vero trucco, la mossa segreta, il passo inedito, la coreografia finale.

E’ anche originale perchè ciascuno di noi è unico e sente la musica in maniera differente e in questo modo la trasmette. Migliorare la tecnica serve solo ad amplificare l’effetto del risultato di ballare sulla musica, ma non lo sostituisce. Se siete poveri sotto l’aspetto musicale non diventerete più ricchi con due figure in più.

E’ questo il tango argentino, è la passione della commozione o del divertimento estremo del ballare questa musica insieme ad un’altra persona, del sentirsi vicini anche quando l’altro è un estraneo apparentemente lontano, è una ubriacatura e una comunione dei sensi, un momento intimo condiviso.

Il resto viene dopo ed è accessorio.

Le strade sono sempre due, una facile e l’altra difficile e lunga. Una che porta illusioni facili, l’altra soddisfazioni dopo lunghe fatiche. Ciascuno sceglie quello che vuole, la maggior parte la via corta, quella facile, che finisce presto però, pochi quella lunga.

Queste righe solo per condividere una passione comune.

Oggi che a Roma il tango sembra una merce da vendere, confezionata in varie modalità, come la salsa, per avere un prodotto differenziato da offrire al pubblico. Raccontare queste cose sembra diventato poco opportuno o sembra una vergogna dire che questi erano gli insegnamenti dei grandi maestri del passato.

Da noi quasi tutti trovano quello che cercano, chi i passi, chi la musica, chi un gruppo di amici, chi qualcos’altro…ma questo è un’altro discorso.

Io cerco la musica, perchè sapete, quando la musica finisce, quello che rimane è il silenzio.

Marco

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