Apr
17
2011
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Otros Aires a Roma: una folla inferocita riempie la milonga e svuota il tango del suo significato più profondo

I diari della Luchadora #10

Avevo detto che nel post successivo avrei trattato “il sorriso”. Ma avevo anche detto (forse più a me stessa che ai miei lettori…se poi qualcuno mi legge!) che sarei stata più costante nell’annotare le mie impressioni in milonga. E, invece, eccomi qui a scrivere dopo una lunga assenza dal blog e per parlare di un altro tipo di “sorriso”.

Voglio parlare di ieri sera. Per la prima volta, con tanti miei compagni tanghéri, sono andata al concerto degli Otros Aires. Il luogo era “La Milonga della Stazione”, sulla Casilina Vecchia a Roma. Di per sé il posto è bello: una vecchia stazione ferroviaria rimessa tutta a posto in stile liberty. Eppure ogni volta che vado, stimolata dalla bellezza oggettiva del luogo e dal tipo di serata (per una particolare esibizione di noti ballerini o per bravi musicisti o, ancora, per conosciuti musicalizadores) ecco qua che dopo dieci minuti che sono arrivata penso: “Mai più!”.

Appuntamento alle 20 alla Milonga della Stazione con i miei compagni tanghéri. Il programma: fare la pratica fino alle 21.30, cenare a buffet, chiacchierare seduti al nostro tavolo prenotato per dieci persone, ballare prima che la sala si affolli per l’esibizione degli Otros Aires, ascoltarli sperando che ci sia un metro quadrato dove ballare sulle note del loro tango elettronico.

Qualche giorno fa ho discusso con un amico argentino: di fronte alla mia euforia per avere in mano il biglietto per la suddetta serata mi ha rimproverata. Anzi, ha apostrofato la mia eccitazione con un secco e acido: “Senza parole”. Non capendo la reazione gli ho chiesto spiegazioni. La sua risposta è stata questa: “Provo fastidio per un mondo (tanghéro) che si comporta come un cane che si morde la coda: si lotta contro lo svuotamento generale e poi si sostiene chi si genera dallo svuotamento e con questo ci si nutre!”

Ho pensato e ripensato a quelle parole. Oggi le ho fatte mie. Per diverse ragioni, forse anche per ragioni che quel mio amico non avrebbe mai pensato di generare nella mia mente.

Ritorniamo alla serata appena trascorsa. Alle 20 siamo alla “Milonga della Stazione”. Il nostro tavolo per dieci persone è in realtà un micro tavolo per quattro persone. Ma non vogliamo fare discussioni con l’organizzazione perciò ci sistemiamo in modo tale da non creare eccesivo disturbo anche ai vicini di tavolo che, probabilmente, saranno incappati come noi nella fregatura: in modo ordinato sistemiamo le giacche e le scarpe nei luoghi adibiti (mi chiedo quanti e quante abbiano la stessa accortezza: alle 22 già vedevo stivali e scarpe sotto ai tavoli, borse e giacche ammassate su sedie e tavoli!). Impossibile fare la pratica: troppa gente e, come al solito, meno uomini rispetto alle donne. Ore 20.30: decidiamo di mangiare qualcosa. Impossibile: il buffet è finito. Che si fa? La milonga si trova in un posto isolato: attorno non ci sono altri punti ristoro! Si decide (come se fosse una scelta!) di rimanere senza cena. Ore 22.45: ci raggiunge, trafelata, un’altra amica. E’ fuori di sé. Ha girato quasi un’ora per trovare parcheggio. Se non avesse comprato il biglietto dieci giorni prima sostiene che se ne sarebbe andata a ballare da un’altra parte. Ma, in tempi di crisi, buttare via così 15 euro (perché il prezzo del biglietto era di 15 euro in prevendita, altrimenti 18 euro) mai e poi mai. E alla fine, girando e girando, era riuscita a trovare un posto con la macchina. Spesso rifletto sull’assurdità di queste situazioni: quando si sa che ci sono queste serate, mi chiedo, se non sarebbe più intelligente da parte nostra evitare di prendere una macchina ciascuno e, invece, organizzarsi con poche macchine. Si eviterebbero caos, inquinamento e stress (noto che la resistenza a questi comportamenti, comportamenti considerati “normali” in altri Paesi, c’è soprattutto da parte dei maschietti. Qualcuno sa darmi una spiegazione razionale?). Ma soprattutto si eviterebbero inutili sprechi di benzina. Soprattutto ora che l’Italia è in guerra con “gli alleati” contro il nostro ex amico dittatore. Ma evitiamo di scendere in discussioni politiche: non perché non m’interessi, anzi, ma perché non voglio sviare l’attenzione su altro.

Ore 23: esco a fumarmi una sigaretta e, passando davanti alla cassa, sento qualcuno dell’organizzazione dire che i biglietti venduti sono più di 600 e che stanno arrivando tante altre persone. Mi chiedo come faranno a gestire in modo adeguato più di 600 persone. E, soprattutto, non è pericoloso? Mi torna in mente la tragedia della milonga “Repùblica Cromanòn” di Buenos Aires del 30/12/2004 in cui, in seguito a un incendio, persero la vita 194 persone. Accendo la sigaretta e cerco di scacciar via questo pensiero. Ma non mi riesce e mi sento come quando si tenta di far uscire il fumo della propria sigaretta fuori da una finestra che, però, il vento contrario fa rientrare tutto nella stanza in cui ci si trova. Lì fuori, mentre fumo, incontro un amico che non vedo da tempo. Dopo i convenevoli lui si lancia in mille invettive contro la serata. E come fare a dargli torto? Mi racconta che parecchie persone con cui era venuto se ne sono andate via chiedendo indietro i soldi. Una ragazza che ci sta accanto si intromette nella conversazione esplodendo: “Hanno fatto bene! Questa serata è una truffa!”

Rientro in milonga e resto a bocca aperta: i tavolini attorno alla pista non ci sono più. Sono stati inghiottiti dagli uomini e dalle donne che sostano in piedi per invitare o farsi invitare a ballare. Mezza pista è occupata da questa gente. Cerco di arrivare al mio tavolino e trovo i miei amici indiavolati: il muro umano che sosta davanti al tavolino non solo non consente di farsi invitare come dovrebbe avvenire in una milonga ma non permette neanche il passaggio di un filo d’aria. Già, non c’è ossigeno e anche a me inizia a girare la testa: è agorafobia o il locale è decisamente troppo pieno? Bevo un po’ d’acqua, mangio una caramella e decido che non fumerò altre sigarette per il resto della serata per non rischiare di svenire.

Che tortura sentire il bravissimo musicalizador Mauro Berardi mettere su un tango più bello dell’altro, tentare di ballare su invito di bravi tanghéri e desistere alla fine di ogni tanda perché continuare significa andare incontro al rischio di farsi falciare da un tacco a spillo o da un gomito in un occhio!

Sono seduta al mio tavolino a chiacchierare con i miei amici. L’argomento è: “stasera è andata così, ce lo immaginavamo…mai più! Veramente!”

Attraverso il muro umano che mi separa dalla pista vedo spuntare la sagoma di una persona che tenta di venire verso la mia direzione. Impossibile capire chi sia. Dal braccio peloso che tenta di aprirsi un varco tra l’enorme posteriore femminile fasciato in un abitino succinto che, non curante, campeggia di fronte alla mia faccia e un massiccio uomo alto quasi due metri, ecco spuntare un tanghéro con cui spesso mi piace ballare.

“Che impresa stasera! – mi dice, aggiungendo – Che facciamo? Proviamo a ballare?” La folla che si muove scomposta, nella metà pista non occupata da persone in sosta in piedi ad aspettare, mi fa presagire il peggio: calci, gomitate e tanto stress. Ma mi sembra troppo brutto dire di no anche perché il concerto degli Otros Aires deve ancora iniziare e magari dopo sarà ancora più difficile riuscire a ballare. Iniziamo a ballare e alla fine della tanda capisco che al mio ballerino andrebbe consegnata una medaglia d’oro per esser stato capace di mantenere una calma stoica mentre, per proteggermi, prendeva spintoni e calci al posto mio. Io ne esco illesa. Lui un po’ meno. E non si lamenta. A quel punto al microfono viene annunciato il concerto degli Otros Aires. Io e il mio compagno lasciamo la pista. Lui mi riaccompagna al tavolo (che bella rarità!). Lo ringrazio: non è il caso di continuare soprattutto ora che avrà inizio il concerto di tango elettronico.

Gli Otros Aires si lanciano nelle loro prime note ed è lì che una folla inferocita si sposta dal fondo della sala correndo. Sì, correndo, proprio come fanno i ragazzini in un disco pub quando sentono che viene messa su una musica che li aggrada! Solo che, in questo caso, si tratta di ultra quarantenni…o su di lì! Dunque, la folla esaltata raggiunge la pista. Se poco prima, mentre ballavo, notavo come quasi nessuno rispettasse la ronda (in realtà di ronda non ce n’era neanche la più pallida traccia: ognuno se ne andava per i fatti suoi, fregandosene delle centinaia di altre persone attorno: chi a destra e a sinistra, chi avanti e indietro, chi addirittura a zig-zag!) a quel punto mi chiedo cosa possa svolgersi nel cuore di quel che sembra un vero e proprio carnaio senza regole.

La voglia di andarmene aumenta ma sono anche curiosa di vedere come va a finire la serata. Quando il concerto sta per volgere al termine ecco che arriva l’esibizione dei due bravissimi ballerini Daniel Montano e Natalia Ochoa. Che ve lo dico a fare? Impossibile osservarli nella loro bellezza: dal muro umano attorno alla pista ora si levano anche le braccia che stringono tanti telefoni di ultima generazione pronti a riprendere l’esibizione da uploadare il giorno dopo su youtube o facebook. Ma perché, invece, non godersi lo spettacolo dal vivo e consentire altrettanto anche a chi sta dietro? Inutile porsi domande. Quindi rimango seduta al mio tavolino, stavolta da sola perché anche gli altri miei amici hanno preso parte al muro umano. E lì, la sorpresa: tra il mio tavolino e il muro umano che circonda Daniel Montano e Natalia Ochoa si è creata una striscia di pista vuota. È un attimo: lo sguardo fugace con un altro tanghéro che conosco di fama per la sua bravura. La mia mirada, il suo cabeceo. Io mi alzo, lui mi viene incontro. Ci abbracciamo. Gli Otros Aires suonano. Una striscia di pista è tutta per noi. Gli sussurro all’orecchio: “Lo so, forse non è buona educazione ballare durante un’esibizione, ma forse questa stasera è l’unica possibilità che abbiamo per ballare veramente gli Otros Aires dal vivo”. Lui mi risponde ridacchiando: “Neanche se ne accorgeranno!”

Tra il secondo e il terzo tango notiamo che con molta discrezione altre due coppie si sono unite alla nostra micromilonga. E, allora, ecco la dimostrazione di come sia possibile mantenere il rispetto e l’educazione verso altre coppie, all’interno di pochi metri quadrati: riusciamo a gestirci il piccolo spazio a disposizione. Abbiamo creato una micromilonga nella milonga. Sto ballando gli Otros Aires dal vivo come sognavo. Il concerto finisce. Ringrazio il tanghéro e, tornando a sedermi, penso che è la prima volta che ballo gli Otros Aires dal vivo e che ora posso affermare che se non avessi saputo che oltre il muro umano, sul palco, ci fosse stato il famoso gruppo di tango elettronico, se mi avessero detto che era solo la musica di un file mp3 che usciva fuori dagli altoparlanti, io ci avrei creduto! Questa non è una critica verso un gruppo che comunque mi piace molto. Ma non potevo fare a meno di chiedermi dove fossero finite le profonde vibrazioni degli strumenti che solo la musica dal vivo può regalare. Non c’erano.

Il concerto è finito: la folla diminuisce improvvisamente. Si avvicina a me “il fenomeno” (ricordate il tipo col “cappello a cilindro” di parecchi mesi fa?). Mi invita a ballare un tango tradizionale. La pista è molto meno affollata. L’abbraccio è intenso come i nostri respiri. Riusciamo a interpretare i tanghi che stiamo ballando. E quando la tanda volge al termine io ho il primo vero genuino sorriso della serata. Lui si scusa perché a suo parere non è stato in grado di gestire al meglio lo spazio. Io sorridendo gli chiedo se sia diventato matto: “È sempre un piacere ballare con te”. Sì, sul finire della serata io ho ballato tango. Ed è ora di andare a casa perché ormai lo so che quando ballo in un certo modo, e con certe persone, posso anche andare a dormire soddisfatta. Non ho bisogno di nient’altro.

Sono le 02.30 del mattino. Sono in macchina, direzione casa. Il semaforo è rosso. Ne approfitto per accendermi la sigaretta che mi ero negata durante tutta la serata. Quando scatta il verde si accende anche una lucina nella mia testa. Ecco che capisco il significato delle parole del mio amico argentino: “Provo fastidio per un mondo (tanghéro) che si comporta come un cane che si morde la coda: si lotta contro lo svuotamento generale e poi si sostiene chi si genera dallo svuotamento e con questo ci si nutre!”

La Luchadora 17 Aprile 2011

Written by Luchadora in: Varie | Tag:, , ,
Feb
22
2011
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Diari da Buenos Aires

I Diari di Escamillo #8

Diari da Buenos Aires-2

Gli Argentini di Buenos Aires - la gente i posti l’atmosfera

Quando si generalizza si commette sempre l’errore di generalizzare, appunto.
Tuttavia sono convinto che ci siano alcuni tratti che caratterizzano gli abitanti di Baires, tutti o quasi:
ebbene un tratto comune è che molti di loro pensano veramente di essere più furbi che nel resto del loro paese, e non solo, e questo senso di scaltrezza a volte li rende un po’ spocchiosi.
I porteños, gli argentini di Buenos Aires, sono tutti cordiali, a volte anche troppo, nel senso di quella cordiale invadenza tipica del sud del nostro paese.

La forte crisi economica che hanno vissuto e di cui pagano ancora oggi lo scotto li ha divisi in classi sociali tutte essenzialmente povere.
E’ facile vedere in giro i “cartoneros”, persone che vivono esclusivamente raccogliendo cartone, e poi piccola criminalità quotidiana dovuta alla miseria e gente che chiede soldi ovunque.
Possiedono e mantengono, nonostante il disagio economico, una loro dignità, non troverete l’accattonaggio tipico ed esasperato che si trova nei paesi arabi poveri o in quelli nordafricani, per chi ci è stato.

No non mi riferisco a quel tipo di povertà, è una povertà diversa, che mi ha colpito di più, mi ha fatto pensare a come potremmo essere noi stessi nel nostro paese ridotti male se le cose andassero per il verso sbagliato.

In città alcuni palazzi di quella che una volta era una bella e sontuosa città ora sono fatiscenti.
E’ incredibile la sensazione che si prova a sedersi nel salone di un caffè del centro rimasto intatto nel mobilio  a come era nel secolo scorso, eppure liso, trasandato e fatiscente.
Lo straniamento temporale è poi rafforzato anche dai modi di fare che hanno le persone, dalla gestualità, dagli abiti, dal modo di parlare e dai loro visi.

Il sentimento che gli argentini di origine italiana provano nei nostri confronti è strano, un misto di odio e amore.
Molte persone ti avvicinano desiderose di parlare, di conoscerti, di avere notizie italiane e di raccontarti le loro vicende, altre hanno un sentimento di stizza e rancore per un paese, il nostro, che i loro nonni hanno dovuto abbandonare, che non ha dato nulla nè ai loro genitori nè a loro, e che ancora oggi non dà nemmeno la possibilità di tornare, è odio per il posto che li ha costretti ad emigrare.
Altri sono indifferenti, difficile comunque dire che si sono integrati come gli italiani che emigrarono negli stati uniti.
Continuano a produrre cibi, come i pomodori in bottiglia, le soppresate e altro che producevano i loro nonni.
Si tramandano queste usanze che oramai non sanno più nemmeno loro se siano italiane, mentre bevono il mate che di sicuro non lo è.

Il mate è una bevanda simile al té, si produce con un infuso di erbe e acqua calda, qualcuno aggiunge zucchero.
Il mate si beve in un contenitote ricavato da una piccola zucca lavorata, chiamato mate, e si beve con una cannuccia in argento (se sei ricco) chiamata bombilla.
Il mate è una bevanda sociale, si passa di mano in mano, o anche si beve da soli.
In giro si vedono molte persone con il termos dell’acqua calda prepararsi un mate, anche in strada o in milonga.

La nostalgia è comunque presente in tutti coloro che hanno origini italiane.
Ora capisco meglio come nasce e si presenta nel tango.

Dopo qualche giorno, passati gli effetti del fuso, capito come funziona la metro, orientati i quartieri cominci a sentirti a casa tua, allora inizia il divertimento vero.

Inizi a pensare che sei a Buenos Aires, che intorno a te c’è il quartiere Palermo, la Boca, San Telmo e sei alla mecca del tango dove tutto è esploso, dove tutto è iniziato.

I quartieri “storici” da vedere sono tanti, il termine quartiere è barrio, quindi per citare solo quelli
da cui iniziare dire che non si può fare a meno di mettere in elenco quelli che ho citato e da cui iniziare, cioè  la boca, santelmo, e palermo.

Prima di partire però è d’obbligo tuffarsi subito nella Calle Florida, una sorta di arteria principale della città, piena di negozi e gente che passeggia.

E’ facile trovare in questa via persone che ballano tango per la strada, in cambio di monetine e mance.
Il peggiore di loro è migliore di molte lunghezze di molti che a Roma si fanno chiamare maestri.
Mentre li guardi capisci perchè molti di loro sono venuti in Italia, altro che monetine !

Vostro
Escamillo


Written by admin in: Varie | Tag:, ,
Feb
09
2011
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El Rizado

Siamo andati di nuovo a ballare in milonga in gruppo, un gruppone direi visto che eravamo circa trenta persone; come ho già scritto andare a ballare fuori in milonga è importante, fa crescere, fa divertire, fa imparare meglio. Quando un principiante esce a ballare e conosce la milonga per la prima volta accadono mille cose divertenti e commoventi, specialmente se è in gruppo con i suoi amici, principianti come lui e non. Ne nasce una bella serata che molti ricorderanno come il loro battesimo milonguero.

Questa volta vi presento il ricordo, molto bello, di uno di loro che ha scelto di farsi chiamare El Rizado.
El Rizado, come lui stesso sottolinea, in spagnolo significa riccio. Ma “El Rizado” significa anche “ondulazione”. Qualcosa di simile, in inglese, si chiama Ripple.
Ebbene vi presento El Rizado, buona lettura.

La Redazione

Sei solo, fermo ad un semaforo.
Sono un po’ teso per stasera. Andare in milonga per la prima volta mi spaventa un po’. Quel nervosismo che ti stringe lo stomaco a poche ore da un primo appuntamento o che ti fa tremare le gambe quando devi parlare in pubblico, e non sei abituato. La voce diventa incerta, il battito aumenta, il caldo fa scivolare il coraggio e lo scioglie insieme a memoria e concentrazione.
Perchè hai paura?
In fondo sono già stato a ballare, non sarà tanto differente. E poi non è un esame, non sarò io al centro di un palco con tutte le luci puntate su di me. Nessuno mi guarderà, se sarò buffo. E se non lo sarò, sicuramente qualcuno mi incoraggerà. Inoltre ci sarà la mia lei. Se ti butti da un aereo e c’è la tua lei, è come avere il paracadute. E se la tua lei è come V., aspetta sempre che sia tu a tirare la cordicella. Ti lascia volare, finchè vuoi.
Eppure provo quella sensazione. Quel misto di ansia e impazienza che ti fa guardare l’orologio prima che sia passato un minuto fra un’occhiata e l’altra.
Vuoi scappare?
No. Piuttosto voglio godermi questo momento in tutte le sue sfumature. Mi stuzzica questa sensazione. Non posso certo dire di conoscere ogni mia paura, ma ho imparato a riconoscerne la natura. Ci sono le paure di ciò che voglio e le paure di ciò che non vorrei. Lo ammetto, a volte curiosità, paranoia e razionalità ci mettono lo zampino e tutto diventa più indefinito, ma questa è un’altra storia.
La storia di stasera parla di Tango. Non quello in cui il maestro chiama il cambio delle coppie o la pausa, ma in cui ci sei tu e tu soltanto.
Certo, c’è anche la donna con cui balli. E ci sono le altre coppie intorno a te.
Ma non c’è niente di tutto questo se tu non sei lì.
Ed è per questo che ho paura. Perchè non voglio andare in milonga senza capire quale parte di me sarà lì. E non posso sapere quale parte di me sarà lì, finchè non ci sarò. E mentre ci penso, il tempo sembra non passare mai.
Ma nella vita reale il tempo passa e un clacson mi ricorda che il semaforo è diventato verde.
Devo partire.

Finalmente qui…
La musica si sente da fuori e la voglia di entrare cresce. Io e V. ci avviciniamo al tavolo; la pista è già piena e per un attimo mi incanto a guardarla, come se fosse un acquario pieno di pesci tropicali, colorati, ed io un bimbo con il naso spiaccicato sul vetro. Oggi pomeriggio ho comprato le mie prime scarpe da tango. Bianche e nere. Decisamente adeguate per questo posto. Mentre le calzo, i miei piedi mi chiedono timidi e spaesati quali aspettative io nutra nei loro confronti. Ignoro la domanda, stringo bene i lacci e continuo a guardarmi intorno. L’atmosfera è calda, le luci quasi soffuse e la musica comincia a catturare la mia attenzione. Le note sembrano scendere direttamente dall’alto, da quei drappi blu appesi morbidi per dare rotondità alle linee del soffitto.
Ma non ballo. Osservo. Mi sento stranamente a mio agio.
Sentirai la musica o penserai ai passi?
Sono davvero un principiante. Guardando i piedi delle persone al centro della sala da ballo, non posso fare a meno di pensarlo. Non le loro scarpe o i vestiti, ma proprio le loro gambe che si intrecciano e scivolano e girano a tempo con la musica. No. Non tutti. Alcuni seguono un loro ritmo che a tratti si stacca dagli altri e vagano per qualche secondo, sospesi in un altrove di suoni che solo loro possono sentire; poi tornano e ricominciano a girare, ritrovando la musica, senza chiedersi dove l’avessero perduta. Forse pensano ai passi anche loro.
V. sta ballando. E’ bellissimo guardarla che si muove fra la gente, portata con maestria ed eleganza, da chi sta insegnando a me come si balla il tango. Vorrei saperla condurre così anche io. Ma non ho fretta, è prezioso ogni passo che faccio. Ma adesso sono fermo. Mentre cerco di carpire qualche segreto guardando gli altri, il mio maestro mi chiama e senza capire come, mi ritrovo in pista con C.. E’ la terza volta che balla. Non sa i passi. Se lei non li conosce, tanto vale non pensarci e provare a sentire solo la musica…
Se provi ad ascoltarla veramente, la musica non è fatta solo di tempi e di note. E non è nemmeno uno specchio che riflette la tua immagine. E’ come il tocco che fa vibrare la superficie dell’acqua. Quella superficie sei tu. E sei tu l’acqua. E sei tu che ti muovi. Se ti lasci toccare dalla musica, il tuo corpo segue il ritmo delle sue note, ma il movimento viene da dentro di te. Come le onde che increspano l’acqua e si ripetono, uguali e differenti fra loro. Se balli con una donna, siete in due ad essere toccati. E insieme vi toccate, vi abbracciate. Comunicate, mostrando un po’ di quello che c’è sul fondo. Quello che siete. Anche quello che volete fingere di essere. Ma se non la sentite, la musica toccherà solo la vostra parte solida e non ci sarà movimento, solo un suono sordo e nessuna risposta. Nessuna espressione. Nessuna comunicazione.
Ballo con C. e capisco che sbagliare un passo non è così grave. Un bambino quando comincia a parlare non smette di farlo solo perchè non sa pronunciare bene una parola. Prova. E riprova. Ma ogni volta la sua superficie vibra ed entra qualcosa.
La musica finisce. Non ho pensato ai passi. Mi sono lasciato guidare da quello che sentivo, ed è stato molto divertente. Mi sento più leggero.
Adesso…
Adesso voglio ballare con lei.
Mi sento sicuro e non mi importa di sbagliare. Voglio abbracciarla. Voglio consumare ogni secondo di questo tango per parlarle di me. Non con le parole, ma guidando i suoi passi, le sue spalle, le sue mani e il suo sguardo. Voglio stringerla e condurla dove ci sia lo spazio per esaudire i suoi desideri, quelli che non hanno tempo né forma. Che iniziano e finiscono con un respiro e si intrecciano, si accarezzano e si riaccendono ogni volta che inizia la musica.
Quando sono di fronte a lei, mi accorgo che non sono mai stato così sicuro di voler essere qui. Sento la mia emozione che si fonde alla sua, mentre le stringo lievemente la mano. Con l’altra le sfioro la schiena. I nostri piedi sono vicini. Il tango inizia.
Chiudo gli occhi un secondo e cerco un ulteriore contatto fra di noi, invisibile. Aspetto che la musica ci tocchi. E la musica non si fa pregare. Ci lanciamo insieme e balliamo e balliamo ancora. E’ meraviglioso sentire come i passi diventino il modo per esprimere quel movimento che nasce da qualche parte, nel profondo di noi. Ed è bella la sensazione che ogni tanto mi stordisce, facendomi bloccare. Non perchè non ricordi un passo, ma perchè la musica mi suggerisce un passo che non conosco ancora, che è lì, sul fondo di me, pronto a venire a galla. Non ho fretta. Non siamo a scuola. Non mi importa se sto solo camminando. Chiudo gli occhi e mi vedo correre, girare. Volare. E lei è qui con me. Mi segue e sento che le piace lasciarsi andare. Anche lei cammina, ma la sua fronte preme sulla mia come se corresse. I suoi occhi si chiudono come se volasse.
E continuiamo a ballare. E mentre ci abbracciamo, ci raccontiamo qualcosa di noi che sta crescendo, che non importa dove sta andando, ma che continua a ballare al ritmo di questo tango, che ormai è diventato l’ultimo. Ma solo per questa notte.
Perchè la voglia di ballare non è finita…

El Rizado

Written by admin in: Varie | Tag:, ,
Feb
03
2011
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Escamillo a Buenos Aires

I Diari di Escamillo #7

Diari da Buenos Aires

Scusate il ritardo, Escamillo è ancora vivo non è sparito.
La notte di capodanno del 2010 è stata animata non solo dai botti usuali, ma anche dal mio peregrinare tra una milonga e l’altra di fine anno.

Ho fatto il giro delle feste, organizzate a Roma, la notte di capodanno: sono state tutte una fregatura.
Nemmeno una organizzata in maniera decente, dalle ville sontuose, ai locali, alle strade, si riconferma la mia impressione già scritta sul tango a Roma, otto volte su dieci, solo come business, per di più gestito da persone impreparate e incompetenti, con uno scopo unico: solo il guadagno senza attenzione alla cultura o ad altro.

In questo clima depresso ho preso una decisione: vado a Buenos Aires.
Mi sono organizzato e sono partito, sono stato a Buenos Aires, la mecca del tango come la chiamano loro.
E ora che sono tornato vi racconto qualcosa, qualcosa di interessante, spero.

La partenza, l’arrivo e le prime impressioni.

Premetto che non scenderò nei particolari, questi diari da Buenos Aires non vogliono avere la pretesa di essere una guida turistica.

Il viaggio per Buenos Aires, o Baires, è lungo, 14 ore, ed è costoso se non lo prenotate con molto anticipo.
Arrivati, siete stonati sia dal fuso orario che dal cambio di clima, che è l’opposto rispetto al nostro.
Ora fa caldo, è la loro estate.

In Aeroporto, per la verità modesto, niente di speciale, potete cambiare la valuta, e insieme al denaro avere subito anche dei buoni consigli per non farvi fregare: consigli accompagnati anche da un volantino che illustra le vecchie valute del paese, sembra infatti che ai turisti qualcuno tenti di spacciare vecchie banconote fuori corso per fregarvi i soldi, questa notizia accompagnata da quella che anche i tassinari cercheranno di fregarvi con il cambio vi dà subito la misura di dove state per sbarcare.

A me non è capitato, ma ad altri che ho incontrato si, per cui confermo che non sono solo leggende.
Il tassista che mi ha portato in città ha attaccato subito chiacchiera, lo fanno tutti o quasi, si impicciano di tutti i fatti vostri e molti affermano di essere di origine italiana.
L’impressione trovandosi in mezzo a queste persone è quella di trovarsi in qualche parte di Italia, solo in una collocazione temporale differente, ovvero sembra di trovarsi da noi, o in Spagna, solo spostati indietro nel tempo di qualche decennio.

Una volta in città vi rendete conto che in questo paese l’euro è molto potente, il cambio molto vantaggioso per noi vi farà fare una vita comoda e agiata.
Questo mi ha fatto subito pensare alle torme di argentini sbarcati in europa, in Italia prevelentemente, in questi ultimi anni. In termini di costo della vita e di cambio, da noi guadagnano dalle 4 alle 6 volte in più che nel loro paese, a volte anche 10 volte tanto.
Il che significa che qui tutto costa dalle 4 alle 10 volte di meno che da noi.
Tutti gli argentini che avevano un parente da noi o la possibilità di venire per lavorare e guadagnare di più lo hanno fatto, e parlo ovviamente del tango.

In questo clima di euforia economica mi sono sentitito io l’americano della situazione, potendo spendere e spandere senza problemi mi sono lanciato H24 nella mecca del tango, a capofitto.

Per ora vi saluto ma a presto il seguito.

E’ bene che sappiate che anche a Baires quando entro in milonga è sempre il IV° Atto della Carmen:

È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena, a testa alta.

Escamillo


Written by admin in: Cultura, Varie | Tag:, ,
Gen
03
2011
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#9 Silenzio, pazienza e sorriso

Nella vita di tutti i giorni accade spesso che i tempi delle nostre azioni non corrispondano ai tempi che sarebbe opportuno seguire per ottenere armonia e intensità. I ritmi frenetici che ci vengono imposti ci portano a non rispettare il sentire, nostro e dell’altro. Ci disabituano al sentire, al percepire. E ci ritroviamo in azioni che postulano uno sfrenato individualismo collettivo.

Silenzio, pazienza, sorriso. Quanto peso hanno questi tre elementi nella vita? E nel tango?

Mi piace pensare al tango come a una metafora dell’esistenza. Un’esistenza che non potrebbe essere tale se non ci fosse l’interazione con l’altro. Mi piace pensare alla milonga come a una metafora del luogo in cui va in scena la vita.

Non riprendevo in mano questi diari da quasi un mese. Non è accaduto per non curanza. È accaduto perché mi sono presa del tempo per pensare. Qualche settimana il solito “tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino” di qualche post fa, mi ha spiazzata. Eravamo in milonga e stavamo sorseggiando un bicchiere di vino. Ancora non posso dire di conoscerlo bene, eppure per me lui era stranamente silenzioso. Tutte quelle pause mi imbarazzavano. Io parlavo, parlavo, parlavo. Cercavo argomenti di conversazione che puntualmente cadevano nel vuoto. E più cadevano nel vuoto, più mi imbarazzavo. Poi, di colpo, lui, sorridendo e senza alcun cenno di arroganza, mi ha chiesto: “Se rimango in silenzio non significa che non voglia comunicare con te. A volte anche rimanere in silenzio, l’uno accanto all’altra, può trasmettere forti emozioni. Rispettare le pause senza sentire l’esigenza di riempirle perché, in realtà, quelle pause non sono vuote ma, anzi, sono dense di sensazioni che non possono trovare risposte nelle parole”. Se in un’altra occasione mi sarei alzata da quel tavolo giurando a me stessa di non rivolgergli mai più la parola, quella sera ho sorriso. Sono rimasta seduta al tavolino. Mi sono rilassata sullo schienale della sedia accanto al “tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino” e ho continuato a sorseggiare il mio vino fino a quando i nostri sguardi non si sono incrociati e spontaneamente ci siamo alzati, abbracciati e abbiamo iniziato a ballare le nostre innumerevoli tande. Quella sera, per la prima volta apprezzavo le pause. Le assaporavo tutte, fino in fondo. Scoprivo che ogni pausa non era un momento da riempire necessariamente con qualche fronzolo se non ne avessi avuto voglia. Quella sera aumentavo la consapevolezza della bellezza delle pause che comunque avevo già scoperto in altre precedenti occasioni con altri tanghéri.

Terminata la pausa silenziosa c’è poi un altro silenzio importantissimo che spesso noto non essere rispettato. E adesso questo sarà uno sfogo per tutte le tanghére che come me sono rimaste in silenzio troppo a lungo non per rispetto delle pause ma per eccessiva gentilezza nei confronti degli uomini che ci troviamo di fronte! Ciò che state per leggere è accaduto a me e tante altre donne. Mi accade spesso di ballare con tanghéri alle prime armi come me che, tuttavia, chissà per quale strana legge della natura, si sentono tanghéri navigati. Ebbene, aprite bene le orecchie mie cari tanghéri: quando si balla, si balla! Non si fa la lezione! Se la vostra partner non riesce a fare un passo che voi avete in mente non dovreste continuare a provare a farlo. Sono due le cose: o la vostra partner non capisce cosa vogliate farle fare o non vuole farlo! Non dovreste essere portati a pensare che tutto dipenda dall’incapacità della donna che vi trovate di fronte. Potrebbe invece dipendere dalla vostra incapacità di saperle trasmettere ciò che vorreste fare! Siamo donne non indovine: il dono di leggere nel pensiero ancora non lo abbiamo ricevuto! E se non capiamo che avreste voluto fare quel passo piuttosto che un altro non fermatevi nel bel mezzo della milonga per spiegarci che avreste voluto fare quel passo e per spiegarci come mettere il piede o come mettere la schiena. Quando si balla in milonga non si fa lezione! E ricordatevi che, anche se non ve lo facciamo notare, tutte noi, almeno una volta, abbiamo ballato con bravi tanghéri che ci hanno fatto fare cose che mai, neanche noi, ci saremmo immaginate di saper fare! Se ho sopportato a lungo in silenzio, nelle ultime settimane mi è capitato di rompere questo tabù perché sapevo che non stava capitando solo a me ma anche a tante altre donne. A chi si è bloccato nel bel mezzo di una tanda, mentre attorno a noi scivolavano tante altre coppie, e si è messo a spiegare come avrei dovuto posizionare il mio piedino, io ho risposto con fredda gentilezza: “Non accetto lezioni tecniche in milonga: se vuoi ballare, ballo. Ma se vuoi fermarti qui a spiegare senza che io te lo abbia chiesto e senza che tu sia il mio insegnante me ne vado subito!”. È stato liberatorio e divertentissimo. In un batter d’occhio avevo capovolto la situazione: non ero più io quella imbarazzata perché non aveva saputo fare quel passo. Il tizio si è scusato imbarazzatissimo e ha continuato a ballare fino alla fine della tanda. E mi ha anche chiesto scusa più volte mentre mi riaccompagnava al lato della sala da dove mi aveva invitata a ballare. Inutile dire che la scena si è ripetuta altre volte. E che una volta raccontato ad altre donne anche queste hanno iniziato a metter in pratica la strategia: “Se vuoi ballare balla: e trasmettimi ciò che vuoi fare senza dovermelo spiegare a voce!” E, miei cari tanghéri, se non riuscite a trasmetterlo: non ostinatevi a cercare di trasmetterlo. Come già scritto prima: potrebbe non essere il momento giusto per la donna che vi trovate di fronte!

Quanta pazienza che dobbiamo avere anche noi donne! E i sorrisi… quelli non dovrebbero mancare mai. Ma questo post si è fatto troppo lungo e preferisco parlarvi della pazienza e del sorriso di una donna nel prossimo post. Sarà un post dedicato a tutte le donne che si lamentano di trascorrere intere serate ad annoiarsi al tavolo di una milonga senza che nessuno le inviti a ballare.

Per ora voglio lasciarvi con una frase che qualche giorno fa ho appuntato sul mio diario virtuale mentre riguardavo dei video dei Gotan Project su youtube:

“Non molto tempo fa guardavo ai passi di questo video come a un linguaggio astruso che oggi so leggere nel mio cuore, scrivere sul pavimento e parlare con il mio partner”

Non è sempre facile e appagante comunicare attraverso questo linguaggio. Ma oggi so che è possibile.

La Luchadora

Written by Luchadora in: Varie | Tag:

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