Dic
22
2010
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Frammenti di una prima milonga

Andare a ballare fuori in milonga è importante, fa crescere, fa divertire, fa imparare meglio. Quando un principiante esce a ballare e conosce la milonga per la prima volta accadono mille cose divertenti e commoventi, specialmente se è in gruppo con i suoi amici, principianti come lui e non. Ne nasce una bella serata che molti ricorderanno come il loro battesimo milonguero.
GROUCHO, è il nome di battaglia che si è scelto uno di loro, sull’onda dell’entusiasmo della serata ha scritto il pezzo che leggete, bello, commovente che merita di essere letto e ricordato.
Ebbene vi presento Groucho, buona lettura.

La Redazione


Attentamente guardo le luci, ascolto i suoni contemplo la giostra dei danzatori che scorre davanti ai miei occhi. Guardo, e dentro di me si compongono ricordi e suggestioni diversissime. Penso al ballo e mi tornano in mente alcune scene di romanzi i film che ho molto amato, dove il ballo è una parte cruciale della narrazione, il punto focale dove si somma l’essere e l’apparire, il vedere e l’essere visti, dove i personaggi nel ballo scoprono una parte di sé, percepiscono i propri sentimenti profondi, ne hanno timore e al tempo stesso ne sono irresistibilmente attratti.
Osservo ancora. Altre suggestioni. Questa volta sono le sale da ballo di Renoir, le scene di danza di Degas, con le loro luci, le sfumature che ricostruiscono i suoni. Osservo quegli specchi alle pareti che rimandano ciò che avviene sul parquet. Lo specchio, l’infedele testimone di ciò che siamo, l’immagine di noi riproiettata in cui spesso non ci riconosciamo, a sua volta diversa da quella che di noi ha chi ci osserva.
Osservo, osservo, osservo e improvvisamente vengo invitato a ballare. In quel frammento di tempo tra l’alzarmi e l’abbraccio c’è velocità e sospensione, la velocità consueta di un’azione semplice e la sospensione di un tempo che sarà scandito da un tango. Tutto svanisce, la tensione è così forte che le gambe mi tremano, letteralmente. Mi tremano ma vanno, per mia fortuna, da sole e un po’ incespicando a scandire il mio primo passo in una milonga (e, per inciso, ringrazio la meravigliosa pazienza della mia prima, in assoluto, compagna di ballo).
La sala gira, la sala, non io, perché io non so assolutamente cosa sto facendo, e credo si percepisca bene nel mio sguardo. Mi rendo conto di non ricordare neppure un passo al di là della base, e se mi avessero chiesto, in quel momento, cosa stavo facendo probabilmente non avrei saputo dirlo neppure.
E il tango va e io anche. Lentamente mi accorgo, capisco, che sono io a guidare (evidentemente) e lo “specchio” gentile rimanda i miei passi, indecisioni, esitazioni e paure. Il tango finisce e, quasi stordito, ritorno al tavolo.
È stato bellissimo, unico, come tutte le prime volte. Ma qui c’era una differenza, enorme, io non ero da solo. Le prime volte di molte delle cose che mi sono avventurato a fare sono state tutte da solo: la prima volta che parli in pubblico, che sali su un palco a recitare o che ti schieri col coro per cantare. Ma qui è diverso, non ballo da solo, “l’altro” è il tuo specchio che stringi e ti restituisce le tue sensazioni, e al quale al tempo stesso comunichi le tue, in teoria, perché non credo proprio di riuscire, nel mio primo tango, a percepire questo livello di sensazioni. Troppo teso.
La sala intorno a me continua a girare la sua giostra mentre io ritorno a sedermi.
Altri tanghi, e riesco, abbastanza, ad ammaestrare la mia tensione, fino a quando non viene IL MOMENTO. Ballo con lei, la mia compagna, la mia compagna di vita. È la nostra prima volta, in assoluto. Mai ballato assieme (perché le lezioni non contano in questo caso). Ormai le gambe non mi tremano più e mi sento più sicuro. Ma l’emozione è fortissima, lo percepisco nella fatica che faccio a guidarla. Stiamo ballando il nostro primo tango. E la sala scompare, letteralmente scompare nei suoi occhi che divengono l’orizzonte dove ondeggio. Siamo nel tango.

Groucho

Written by admin in: Varie | Tag:, ,
Dic
20
2010
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Escamillo e adesso baciami come sai fare tu

I Diari di Escamillo #6

L’ho vista di nuovo, “adesso baciami come sai fare tu”.
Non quella vera, quella abbandonata, ma la mia, quella con cui avevo ballato, intendo dire quella con il ragazzo che ha difficoltà a passare sotto le porte.
Adesso avete capito.
Era di nuovo in milonga, mi faceva gli occhioni, una mirada molto insistente, direi, se proprio volete essere “tecnici”.
Ma a me piace di più dire che mi faceva gli occhioni, con sbattito di ciglia e quant’altro.
Credo sospetti che io sia il redattore di questi diari: Escamillo !

Per servirvi, cari lettori, con le ultime riflessioni tanguere pre natalizie.
“Adesso baciami come sai fare tu” deve aver letto il diario e poi ha fatto 2 + 2.
Per questo, dopo la prima tanda e una raffica di domande indiscrete, ho finito per piantarla in asso.
Ad un certo punto per mascherare ancora la mia identità le ho detto : “Ma no ! Dai, a chissà quanti altri poi ti sei rivenduta questa battuta, non sono io Escamillo !!”
Il suo sguardo perplesso l’ha tradita, ce l’aveva scritto in faccia che se l’era rivenduta di nuovo la storia “adesso baciami come sai fare tu !”, che io, a mia volta avevo riciclato da quella vera.
Ah ah infingarda ! E adesso, se leggi questo, ne hai la certezza ! Sai chi sono ma non puoi dirlo.
Magari anche il tuo lui legge i diari !

Grazie, ci ballo bene con te, sei carina, ma vai bene solo per fare qualche impiccio.
E, purtroppo, di impicci, ce ne ho già troppi, per cui non se fa niente.

Sapete, torniamo al tango, sono tanti i motivi che mi hanno avvicinato al tango, uno sicuramente è stato la sensazione di aver trovato qualcosa di “vero” e di genuino.
In queste atmosfere cariche di forti sensazioni, passioni, sentimenti, si ha il sentore di essere appagati da qualcosa di genuino.
La mia donna ideale è così: vera, genuina, capace di forti passioni.
Merce rara, vorrei tanto incontrare qualcuna che mi sorprenda, che sia lei e che non cerchi di essere qualcos’altro. Senza paura, sicura, sincera.
Non ne posso più di relazioni impicciate.
Il tango lo vivo così, sul piatto si mette tutto e subito, chi non lo fa perde tempo, e ho visto che dopo un po’, spaventato, abbandona.
C’è però solo una cosa che spaventa me: tutto dura troppo poco, massimo tre minuti.
E’ questo il prezzo da pagare, mi chiedo ? Si può avere tutto ma solo per un periodo brevissimo ?

Raramente ho ballato una tanda intera con la stessa passione che capita nello spazio di in un brano; si capita, non voglio dire di no, raramente, ma capita.
Sbaglio a paragonare il ballo a quello che potrebbe/dovrebbe essere anche una relazione di altro tipo ?
Ho letto il commento “il tango non è liquido” al diario della Luchadora n°7, lo trovo interessante anche se non condivido tutto.

Cara Luchadora probabilmente noi tangueri neofiti, passiamo tutti, prima o poi, nella stessa sequenza di errori o casualità che altri hanno vissuto prima di noi: blocchi, confusioni e paragoni non opportuni tra ballo e relazioni di altro tipo.
Trovo interessante anche la tua osservazione: “…ma se la vita è una milonga… è vero che è necessario avere bravi maestri di vita…ma a cui ispirarsi…il resto viene da sè…devi solo buttarti in milonga!
…Scegli una scuola e poi che…e sia solo la milonga! Meglio se “popolare”!”

Anche qui torni a fare paragoni - forse non opportuni ? che non calzano? - tra il ballo e la vita.
Il ballo è come la vita ? non rischiamo di perdere di vista qualcosa ?
Non vi è capitato mai di vedere i vostri amici tangueri oramai drogati e presi solo dal ballo, che hanno dimenticato, o sostituito, gli altri loro interessi, solo con il tango, e poi vederli infine saturi che esplodono e dicono: ” Ah basta io nella vita faccio anche altre cose, questa attività mi ha preso troppo tempo, smetto”.
Cos’è questo ? incapacità di gestire il proprio tempo, di discernere il giusto peso nelle cose ?
Oppure è un sintomo di crisi, debolezza, se un’attività come il tango ha tutto questo potere, mi chiedo, è l’attività che è potente di suo o noi che siamo deboli, incapaci, non pronti a gestirla ?

Sto imparando delle cose, e non parlo della musica, dei passi. Sto imparando che il tango è “una cura” per molti mali dell’animo, che è una cura dura, e che molti ne vengono anche schiacciati.
Sto imparando cose che non avrei immaginato si celassero dietro a questa avventura.
Che in superficie, anche nel tango abbiamo uno spaccato di quello che ci offre la nostra società, e c’è tutto: ci sono i “tanga” come scrive la luchadora, i tacchi, le calze, le gonne lunghe e corte, le scarpe e le suole; c’è chi le lecca e chi le usa per ballare, ci sono gli uomini soli, le donne sole, le coppie e gli scoppiati.
La rabbia dei disoccupati, e poi l’ignoranza profusa da chi vede solo l’ennesimo affare commerciale e la massificazione che a volte appiattisce tutto.
E poi e poi…

E bravo Escamillo, e poi che ti aspettavi invece, il paese delle meraviglie ?

Imparo che sotto la superficie il tango richiede dedizione, passione, studio, anni, e forse una vita non basta. Mi spavento, poi penso, però meglio così, un gioco che non finisce presto, finchè non mi annoio.
Un gioco nuovo che insegna cosa vecchie, le cose della vita.

La vità è una milonga…. ma nella vita ci sono le milonghe, fanno parte della vita, forse ne sono uno specchio, e nelle milonghe c’è vita.
Si incontrano maestri di vita, maestri di milonga, maestri di tango.
Se sei fortunato, altrimenti si incontrano tutti quei personaggi che si incontrano anche fuori, e che magari non vorresti incontrare.

La Luchadora scrive che non vuole ballare da sola, che non vuole vivere da sola, nemmeno io sapete.
Mentre cerchiamo di ballare insieme al resto del circo, a sorpresa, ogni tanto esce il nano, poi il clown, poi l’acrobata….

Il tango, entità affascinante che unisce tutti in un calderone, dove ciascuno cerca qualcosa di diverso.
Tu che mi leggi cosa cerchi ?

Quando due anime che cercano la stessa cosa si incontrano forse nasce qualcosa di nuovo.
La mia idea è che anzitutto bisognerebbe cercare il tango, capire un po’ meglio di cosa si tratta.
Magari poi capisco anche un po’ meglio questa vita.

Luchadora, pensi davvero che la vita è una milonga ? Io non so, forse no.
Forse in un bacio, quello giusto, è la vita. En un beso la vida, è un bel tango no ?
“e adesso baciami…dai..come sai fare tu”.

Escamillo



Written by admin in: Cultura, Varie | Tag:, ,
Dic
10
2010
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Roma in una fredda notte d’inverno senza luna

I diari della Luchadora #8

I miei passi corrono veloci. Poi si fermano. Ma solo un istante.

“Un’inquietante mirada”.

Dov’è quell’abbraccio? Quell’abbraccio non c’è più.

Quell’abbraccio.

Eppure potrebbe essere tutto così facile…

Basterebbe solo quell’abbraccio.

È la nostalgia di quell’abbraccio. Un abbraccio in cui forse non sarò mai più avvolta.

Combatto tutti i giorni. Dalla mattina alla sera.

Ma questa sera deciderò di arrendermi.

Stavolta non combatterò.

Voglio solo essere cullata dalla nostalgia di quell’abbraccio.

La nostalgia di quell’abbraccio ha avuto la meglio su di me.

È una notte senza luna.

È una fredda notte d’inverno.

Lascio la milonga avvolta solo dal mio lungo cappotto di panno scuro.

Stretta nel mio petto c’è la nostalgia di un ricordo sospeso in un’occasione perduta.

Stretta nel mio petto c’è la nostalgia di un tango non ballato.

Attraverso Roma nel silenzio.

È una fredda notte d’inverno.

È una notte senza luna.

È una fredda notte d’inverno e a ricordarmelo c’è una lacrima calda che scivola giù verso la bocca.

Ciò che è stato. Ciò che sarebbe potuto essere. Ciò che non sarà.

Sono stanca di significativi non-senso insignificanti.

Sono stanca di significativi non-senso insignificanti, perché amo la vita.

Sono stanca di significativi non-senso insignificanti, perché amo la milonga.

È una fredda notte d’inverno e a ricordarmelo c’è una lacrima calda che scivola giù verso la bocca.

Sarà tempo di riaddormentarsi.

Forse nei sogni la nostalgia di quell’abbraccio sarà più dolce.

Forse nei sogni la nostalgia di quell’abbraccio sarà meno pungente del freddo di questa notte senza luna.

È tempo di dormire e di superare questa notte senza luna.

Domani un’altra battaglia ricomincerà. L’ennesima battaglia.

Chiudo gli occhi sapendo che comunque la luna tornerà a svelarsi.

Chiudo gli occhi sapendo che comunque l’abbraccio del tango tornerà a scaldarmi.

La Luchadora

Written by Luchadora in: Varie |
Dic
02
2010
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Harry Potter e il Tango Argentino

I Diari di Escamillo #4

Stavolta è iniziata con Harry Potter.
Harry Potter ? Ma che c’entra con il tango argentino ?

Ho visto l’ultimo film, la prima parte dell’episodio finale, mi pare peggiorato, sembra un horror.

Mentre lo vedevo ero perplesso e pensavo:
E’ la storia di uno sfigato, ed inoltre è pure raccomandato.
Non ha grandi capacità, non è brillante nè intelligente, e ogni volta che si trova in difficoltà ne esce fuori perchè è raccomandato e lo salva qualcuno/qualcosa.

I suoi amici sono degli sfigati, passano gli anni e ripetono sempre gli stessi errori, non crescono e non imparano niente.

Lui si fidanza con la ragazza sbagliata e tutto va sempre storto.

Sembra il ritratto impietoso di molte delle mie generazioni coetanee.

Poi, mentre pensavo queste cose, ecco che, nel mezzo della tristezza del film, Harry si riscatta:
la radio suona canzonette, lui si alza prende la ragazza, Ermione, e la invita a ballare.

Nella mia testa al posto della canzonetta ci avevo sostituito un tango, e i movimenti scomposti e goffi li avevo cambiati con quelli più eleganti di un ballerino capace.
Lo incitavo: vai Harry Potter riscattati ! Nella miseria nella quale ti trovi balla per due minuti e facci sognare.

Il ballo come forma di riscatto sociale, il ballo come momento luminoso che ti porta via dai momenti tristi.
Perfino quello sfigato di Harry Potter si salva ballando.
E’ La magia più grande del film, lui si alza e balla, o quantomeno ci prova, e fa tornare di buon umore sia la ragazza che lui stesso.

La musica ha un potere magico concludo, e il ballo è un catalizzatore di emozioni.
E questo accade anche se sei goffo, se non ti muovi bene.
Accade se lo senti, se non fai, ma sei.

Forte di queste riflessioni sono uscito in milonga in cerca di ragazze sulle quali praticare i miei sortilegi.

Ero dunque in una milonga nella quale, durante la serata, si esibivano anche dei ballerini, ma il pezzo forte della serata, per me, non sono stati loro.

Passavo il tempo distratto e ripensavo ad Harry Potter che ballava, quando, ad un certo punto, non volendo, ascolto i sussurri di due figure abbracciate.
La voce di lei diceva languida e triste: “..e adesso baciami..dai..come sai fare tu.”

Lui non parlava, la stringeva, la abbracciava, ma non la baciava.
Sembrava proprio una scena di addio, era una scena di addio.
C’era la musica che andava, la pista era li, si poteva ballare, tutti gli ingredienti magici erano disponibili, eppure per lui la melanconia della scena non poteva essere vinta neppure dal ballo.

Baciala ! dai portala a ballare, pensavo, se ti lasci, almeno la consegni alla magia della musica.
Niente, i due restavano abbracciati, immobili, e lei si sporgeva verso di lui pronta per un bacio.

A me queste scene fanno stringere il cuore, poi la musica di tango peggiorava la situazione, era troppo per poter essere sopportata, occorreva fuggire, girarsi, tornare indietro, uscire fuori da questo vicolo buio, tornare alla luce del ballo.

Così mi giro, cabeceo e mirada insistente verso una ragazza con la quale avevo già fatto una tanda.
SALVAMI AIUTO i miei occhi gridano.
E lei capisce, intuito femminile, io vado e mi ritrovo abbracciato a lei.

Ballo concentrato ma in sintonia, ballo bene, sento che siamo una cosa sola, è come se anche lei fosse stata presente alla scena, come se anche lei volesse fuggire da quell’addio e rifugiarsi in questo abbraccio disperato.

Incedo senza incertezze, i miei passi sono sicuri e dentro di me il ritmo cresce in sintonia con la musica, questo tango è mio, questa tanda è mia, penso, e poi un’altra e un’altra ancora, stringo la mia ballerina di più e lei si lascia portare a questo abbraccio più intimo, a contatto chiuso, fa caldo ma è piacevole, sudiamo ma non ce ne importa, respiriamo insieme e ci piace, incalziamo un tango dopo l’altro senza fermarci.

Non so quante cortine abbiamo ignorato, esausto mi fermo, ma ancora la stringo a me; non so quanto tempo siamo rimasti così.
Mi giro, di nuovo, e con gli occhi cerco la coppia che si stava salutando, che si lasciava, come se avessi ballato per loro, per lei, per lui, per il momento vissuto.
Non ci sono più.

Piego la testa da un lato, poi in basso, sento gli occhi lucidi.
Lei mi guarda e io di rimando mi specchio nei suoi occhi, e capisce che è successo qualcosa, mi sorride, e a me viene in mente di dirle:
” ehi ma lo sai chi è Escamillo ? Sono io !”

Eppoi succede che glielo dico, sul serio, ma non così, non in quel modo, la guardo, cerco di sorriderle a mia volta, ma non la vedo, quando le dico:
“..e adesso baciami…baciami come sai fare tu”.

ATTENZIONE
Caro lettore il diario era stato scritto per terminare qui, con questo finale.
Una storia vera, bella e romantica.
Se, invece, sei curioso, desideri sapere come finisce, procedi in basso, altrimenti fermati e preserva il tuo spirito sognatore, salva il tuo romanticismo e adattagli il finale che ti immagini o che più ti piace mentre ascolti questo bellissimo tango: Malaunta.



“..e adesso baciami…come sai fare tu”.
Lei mi sorprende dicendomi ” No, baciami tu, come sai fare tu !”
Così si sporge un poco, la bacio e penso:
“Era ora, finalmente ho trovato una sveglia !”

E poi mi sorprende ancora, quando mi dice:
“Ora scusami, ma devo tornare dal mio ragazzo…sai l’ho mollato qui in giro da qualche parte ed è parecchio che sono via, non lo vedo più…ciao eh”.
Si gira e se ne va.

Io rimango pietrificato, poi ci rido su e mi dico:
“D’altra parte Escamillo che altro poteva trovare se non di nuovo un’arena e storie di corna ? Quanto meno questa volta non sono le mie.”
Bilancio: Magia della musica + una pietrificazione non prevista; Harry Potter ce la puoi fare.

Amici, quando entro in milonga è sempre il IV° Atto della Carmen:

È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena, ma sempre a testa alta.

Escamillo


Written by admin in: Cultura, Varie | Tag:,
Nov
28
2010
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Il passo e la rosa

I diari della Luchadora #7

Ci sono momenti nella vita in cui ovunque ti trovi, in ufficio, per strada, sull’autobus, senti che l’unica cosa di cui tu abbia bisogno in realtà sia un abbraccio sicuro che ti trasporti nell’oblio di un tango. Un tango senza aspettative. Un tango senza pretese. Solo per il bisogno di sentire di esserci. Solo per il bisogno di sentire la vita.

Poi ti trovi in milonga. Qui hai la possibilità di appagare quel sentimento triste che si balla. E, invece, non ci riesci. È come se di colpo perdessi le parole che avevi conservato con cura per quel momento tanto atteso. È come se di colpo non ricordassi più i passi che hai imparato con tanta pazienza. Nessuno ti invita a ballare. O, se ti invitano a ballare, non riesci a esprimere ciò che senti. Perché spesso vorremmo dire delle cose e, invece, non riusciamo a dire neanche una parola? Perché spesso vorremmo ballare in un certo modo e, invece, non riusciamo a fare neanche un passo?

Non so se sia una cosa normale per chi inizia a ballare il tango. Ma c’è un momento in cui si sconfigge la paura del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è un momento in cui si apprezza la bellezza del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è, poi, un momento in cui ci si piace dall’interno del microcosmo dell’abbraccio a due che si crea di volta in volta. Ed è come se ci si riuscisse a guardare dall’esterno e a compiacersi di quanto si sta facendo insieme. E poi c’è la fase del blocco. È normale avere la fase del blocco?

Ieri sera ero nella ormai famosa milonga dell’Eur. A proposito: bellissima, a conferma che il post di qualche settimana fa non era contro gli organizzatori! A dire il vero però, anche ieri sera qualche donna non ci ha risparmiati dai siparietti imbarazzanti… ma voglio spezzare una lancia in favore degli organizzatori: al momento dei “siparietti” ho guardato subito la faccia degli organizzatori stessi: imbarazzati anche loro…per fortuna! Dicevo… ieri sera ho chiesto alla mia esperta amica tanghéra G., se sia normale passare quella che chiamo “la fase del blocco”. G. mi ha detto che sta capitando anche a lei. Ma non ho fatto in tempo a spiegarle ciò che sento che G. ha iniziato a parlarmi del “suo” blocco. Un blocco che lei suppone essere di natura “psicologica e interiore, dettato comunque da un fattore esterno”. “Il fattore esterno” di G. è un ragazzo che ha incontrato in milonga. Lo abbiamo visto tutti che tra lei e il ragazzo è scattato subito qualcosa. “Qualcosa di fisico più che mentale” dice G.. Un’affinità che si traduce in un bellissimo tango anche solo da guardare. Ieri sera G. incontra quel ragazzo in milonga. È una serata speciale: è presente tutto il mondo del tango romano. L’occasione è un evento importante: due bravissimi ballerini argentini si esibiscono in pubblico. Prima dell’esibizione G. va a prendersi una cosa da bere al bar della milonga. Mentre si avvicina al bar, nella folla, ecco gli occhi di quel ragazzo incrociarsi con i suoi. Si salutano. Ma quel saluto è veloce e un po’ freddo. “È strano” dice G. “perché solitamente quando ci incontriamo lui è molto più espansivo e solitamente mi invita a ballare. O comunque almeno due parole ce le scambiamo. E poi, se non subito, ma comunque balliamo”. E, invece, quel ragazzo non inviterà G. a ballare. Chissà cosa scatta nella testa di G. che passerà tutta la serata ad accettare inviti da qualunque tanghéro. Lui si avvicina più volte a dove G. è seduta. Eppure non parleranno. O, meglio, parleranno a distanza ravvicinata, quasi schiena a schiena, ma rispettivamente con altre persone. G. avverte tristezza nel suo cuore. Cerca di scacciarla nell’abbraccio con altre persone. Eppure non ci riesce. E non solo non riesce a scacciarla. Non riesce neanche ad attenuarla. Mentre balla con altre persone cerca lo sguardo di quel ragazzo nella milonga. G. ha lo sguardo perso e assente. Tra una tanda e l’altra viene da me e mi dice che non sa proprio cosa le stia capitando. Cerca di concentrarsi, eppure non ci riesce. E allora sbaglia i suoi passi che fino al giorno prima la facevano volare sui suoi tacchi alti. Poi di colpo vede quel ragazzo abbracciato a un’altra ragazza. Ballano. Secondo G. nell’abbraccio dei due c’è la stessa passione che G. normalmente sente quando ballano insieme. Allora li guardo anche io. Effettivamente è innegabile. G. ha ragione. Il ragazzo mette la stessa passione anche con le altre. Però, ogni tanto, la guarda da lontano. G. si sfoga: “Non so spiegarmi cosa mi stia prendendo. È qualcosa di irrazionale: avverto dolore, delusione, rabbia! Quasi mi verrebbe da andare lì e dargli uno schiaffo in faccia! Ma perché? È assurdo!” Osservo il suo viso infuocarsi. La convinco a uscir fuori a fumare una sigaretta. “Il freddo – penso – la aiuterà a raffreddare i bollenti spiriti. “Perché – continua a ripetersi G. – dovrei provare gelosia per qualcuno che conosco appena?” Non so che risponderle e lei continua: “Quando l’ho visto abbracciato ad altre ho sentito il mio cuore lacerarsi”. G. è sopraffatta da un sentimento inaspettatamente nuovo. “È questa la gelosia? È giusto provare gelosia nel tango?”. Non so veramente cosa risponderle. Mi viene quasi da ridere pensando che inizialmente la domanda gliel’avevo fatta io pensando che, essendo G. una tanghéra più navigata, potesse avere più risposte di quante lei in quel momento ne stia chiedendo a me. Io, che nei sentimenti sono un disastro, e ora bloccata pure nel tango!

Ma è stato a quel punto che anche io mi sono chiesta se sia giusto provare gelosia nel tango. Se sia “normale”. E stamattina mi sono svegliata, ancora una volta, con in testa la canzone di Vinicio Capossela “Con una rosa”.

Spesso sento dire dalle coppie di tanghéri, che sono coppie anche nella vita reale, che quando vedono il proprio partner abbracciato ad altre persone provano ammirazione, piacere, tenerezza, felicità. Ma allora mi chiedo: cosa c’è da essere felici nel vedere la propria o il proprio partner in un intimo abbraccio con sconosciuti? Sia chiaro: l’abbraccio del tango cambia da persona a persona. Ma se ci si trova di fronte a un abbraccio inequivocabilmente passionale non è più normale provare dolore, delusione, rabbia? E poi: può esistere la gelosia nei confronti di una persona che neanche si conosce al di fuori di una milonga? Ha, dunque, ragione G.?

P.s.

Ho rivisto il tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino. Non riesco più a distinguere la follia dalla normalità. Perché il vero è percepito come follia verbalizzata mentre il falso diventa normalità non detta? Mi verrebbe quasi da dire: “Evviva il folle che ha il coraggio di dire ciò che pensa in faccia! Evviva il folle che ha il coraggio di sussurrare all’orecchio ciò che sente!”. E, allora, forse non sarà che è la verità, e non la follia, a far paura? Certamente, per ora, posso immaginare che i sentimenti di G. siano veri e mi fanno paura. Forse i sentimenti di G. sono un mistero che io ancora non ho conosciuto. Sono un mistero che io, certamente, non abito. E in cui, forse, non vorrò mai abitare. Neanche se mi venisse a cercare con una rosa. Perché, con la fortuna che ho, sarebbe piena di spine!

La Luchadora

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