Stavolta è iniziata con Harry Potter.
Harry Potter ? Ma che c’entra con il tango argentino ?
Ho visto l’ultimo film, la prima parte dell’episodio finale, mi pare peggiorato, sembra un horror.
Mentre lo vedevo ero perplesso e pensavo:
E’ la storia di uno sfigato, ed inoltre è pure raccomandato.
Non ha grandi capacità, non è brillante nè intelligente, e ogni volta che si trova in difficoltà ne esce fuori perchè è raccomandato e lo salva qualcuno/qualcosa.
I suoi amici sono degli sfigati, passano gli anni e ripetono sempre gli stessi errori, non crescono e non imparano niente.
Lui si fidanza con la ragazza sbagliata e tutto va sempre storto.
Sembra il ritratto impietoso di molte delle mie generazioni coetanee.
Poi, mentre pensavo queste cose, ecco che, nel mezzo della tristezza del film, Harry si riscatta:
la radio suona canzonette, lui si alza prende la ragazza, Ermione, e la invita a ballare.
Nella mia testa al posto della canzonetta ci avevo sostituito un tango, e i movimenti scomposti e goffi li avevo cambiati con quelli più eleganti di un ballerino capace.
Lo incitavo: vai Harry Potter riscattati ! Nella miseria nella quale ti trovi balla per due minuti e facci sognare.
Il ballo come forma di riscatto sociale, il ballo come momento luminoso che ti porta via dai momenti tristi.
Perfino quello sfigato di Harry Potter si salva ballando.
E’ La magia più grande del film, lui si alza e balla, o quantomeno ci prova, e fa tornare di buon umore sia la ragazza che lui stesso.
La musica ha un potere magico concludo, e il ballo è un catalizzatore di emozioni.
E questo accade anche se sei goffo, se non ti muovi bene.
Accade se lo senti, se non fai, ma sei.
Forte di queste riflessioni sono uscito in milonga in cerca di ragazze sulle quali praticare i miei sortilegi.
Ero dunque in una milonga nella quale, durante la serata, si esibivano anche dei ballerini, ma il pezzo forte della serata, per me, non sono stati loro.
Passavo il tempo distratto e ripensavo ad Harry Potter che ballava, quando, ad un certo punto, non volendo, ascolto i sussurri di due figure abbracciate.
La voce di lei diceva languida e triste: “..e adesso baciami..dai..come sai fare tu.”
Lui non parlava, la stringeva, la abbracciava, ma non la baciava.
Sembrava proprio una scena di addio, era una scena di addio.
C’era la musica che andava, la pista era li, si poteva ballare, tutti gli ingredienti magici erano disponibili, eppure per lui la melanconia della scena non poteva essere vinta neppure dal ballo.
Baciala ! dai portala a ballare, pensavo, se ti lasci, almeno la consegni alla magia della musica.
Niente, i due restavano abbracciati, immobili, e lei si sporgeva verso di lui pronta per un bacio.
A me queste scene fanno stringere il cuore, poi la musica di tango peggiorava la situazione, era troppo per poter essere sopportata, occorreva fuggire, girarsi, tornare indietro, uscire fuori da questo vicolo buio, tornare alla luce del ballo.
Così mi giro, cabeceo e mirada insistente verso una ragazza con la quale avevo già fatto una tanda.
SALVAMI AIUTO i miei occhi gridano.
E lei capisce, intuito femminile, io vado e mi ritrovo abbracciato a lei.
Ballo concentrato ma in sintonia, ballo bene, sento che siamo una cosa sola, è come se anche lei fosse stata presente alla scena, come se anche lei volesse fuggire da quell’addio e rifugiarsi in questo abbraccio disperato.
Incedo senza incertezze, i miei passi sono sicuri e dentro di me il ritmo cresce in sintonia con la musica, questo tango è mio, questa tanda è mia, penso, e poi un’altra e un’altra ancora, stringo la mia ballerina di più e lei si lascia portare a questo abbraccio più intimo, a contatto chiuso, fa caldo ma è piacevole, sudiamo ma non ce ne importa, respiriamo insieme e ci piace, incalziamo un tango dopo l’altro senza fermarci.
Non so quante cortine abbiamo ignorato, esausto mi fermo, ma ancora la stringo a me; non so quanto tempo siamo rimasti così.
Mi giro, di nuovo, e con gli occhi cerco la coppia che si stava salutando, che si lasciava, come se avessi ballato per loro, per lei, per lui, per il momento vissuto.
Non ci sono più.
Piego la testa da un lato, poi in basso, sento gli occhi lucidi.
Lei mi guarda e io di rimando mi specchio nei suoi occhi, e capisce che è successo qualcosa, mi sorride, e a me viene in mente di dirle:
” ehi ma lo sai chi è Escamillo ? Sono io !”
Eppoi succede che glielo dico, sul serio, ma non così, non in quel modo, la guardo, cerco di sorriderle a mia volta, ma non la vedo, quando le dico:
“..e adesso baciami…baciami come sai fare tu”.
ATTENZIONE
Caro lettore il diario era stato scritto per terminare qui, con questo finale.
Una storia vera, bella e romantica.
Se, invece, sei curioso, desideri sapere come finisce, procedi in basso, altrimenti fermati e preserva il tuo spirito sognatore, salva il tuo romanticismo e adattagli il finale che ti immagini o che più ti piace mentre ascolti questo bellissimo tango: Malaunta.
“..e adesso baciami…come sai fare tu”.
Lei mi sorprende dicendomi ” No, baciami tu, come sai fare tu !”
Così si sporge un poco, la bacio e penso:
“Era ora, finalmente ho trovato una sveglia !”
E poi mi sorprende ancora, quando mi dice:
“Ora scusami, ma devo tornare dal mio ragazzo…sai l’ho mollato qui in giro da qualche parte ed è parecchio che sono via, non lo vedo più…ciao eh”.
Si gira e se ne va.
Io rimango pietrificato, poi ci rido su e mi dico:
“D’altra parte Escamillo che altro poteva trovare se non di nuovo un’arena e storie di corna ? Quanto meno questa volta non sono le mie.” Bilancio: Magia della musica + una pietrificazione non prevista; Harry Potter ce la puoi fare.
Amici, quando entro in milonga è sempre il IV° Atto della Carmen:
È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena, ma sempre a testa alta.
Ci sono momenti nella vita in cui ovunque ti trovi, in ufficio, per strada, sull’autobus, senti che l’unica cosa di cui tu abbia bisogno in realtà sia un abbraccio sicuro che ti trasporti nell’oblio di un tango. Un tango senza aspettative. Un tango senza pretese. Solo per il bisogno di sentire di esserci. Solo per il bisogno di sentire la vita.
Poi ti trovi in milonga. Qui hai la possibilità di appagare quel sentimento triste che si balla. E, invece, non ci riesci. È come se di colpo perdessi le parole che avevi conservato con cura per quel momento tanto atteso. È come se di colpo non ricordassi più i passi che hai imparato con tanta pazienza. Nessuno ti invita a ballare. O, se ti invitano a ballare, non riesci a esprimere ciò che senti. Perché spesso vorremmo dire delle cose e, invece, non riusciamo a dire neanche una parola? Perché spesso vorremmo ballare in un certo modo e, invece, non riusciamo a fare neanche un passo?
Non so se sia una cosa normale per chi inizia a ballare il tango. Ma c’è un momento in cui si sconfigge la paura del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è un momento in cui si apprezza la bellezza del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è, poi, un momento in cui ci si piace dall’interno del microcosmo dell’abbraccio a due che si crea di volta in volta. Ed è come se ci si riuscisse a guardare dall’esterno e a compiacersi di quanto si sta facendo insieme. E poi c’è la fase del blocco. È normale avere la fase del blocco?
Ieri sera ero nella ormai famosa milonga dell’Eur. A proposito: bellissima, a conferma che il post di qualche settimana fa non era contro gli organizzatori! A dire il vero però, anche ieri sera qualche donna non ci ha risparmiati dai siparietti imbarazzanti… ma voglio spezzare una lancia in favore degli organizzatori: al momento dei “siparietti” ho guardato subito la faccia degli organizzatori stessi: imbarazzati anche loro…per fortuna! Dicevo… ieri sera ho chiesto alla mia esperta amica tanghéra G., se sia normale passare quella che chiamo “la fase del blocco”. G. mi ha detto che sta capitando anche a lei. Ma non ho fatto in tempo a spiegarle ciò che sento che G. ha iniziato a parlarmi del “suo” blocco. Un blocco che lei suppone essere di natura “psicologica e interiore, dettato comunque da un fattore esterno”. “Il fattore esterno” di G. è un ragazzo che ha incontrato in milonga. Lo abbiamo visto tutti che tra lei e il ragazzo è scattato subito qualcosa. “Qualcosa di fisico più che mentale” dice G.. Un’affinità che si traduce in un bellissimo tango anche solo da guardare. Ieri sera G. incontra quel ragazzo in milonga. È una serata speciale: è presente tutto il mondo del tango romano. L’occasione è un evento importante: due bravissimi ballerini argentini si esibiscono in pubblico. Prima dell’esibizione G. va a prendersi una cosa da bere al bar della milonga. Mentre si avvicina al bar, nella folla, ecco gli occhi di quel ragazzo incrociarsi con i suoi. Si salutano. Ma quel saluto è veloce e un po’ freddo. “È strano” dice G. “perché solitamente quando ci incontriamo lui è molto più espansivo e solitamente mi invita a ballare. O comunque almeno due parole ce le scambiamo. E poi, se non subito, ma comunque balliamo”. E, invece, quel ragazzo non inviterà G. a ballare. Chissà cosa scatta nella testa di G. che passerà tutta la serata ad accettare inviti da qualunque tanghéro. Lui si avvicina più volte a dove G. è seduta. Eppure non parleranno. O, meglio, parleranno a distanza ravvicinata, quasi schiena a schiena, ma rispettivamente con altre persone. G. avverte tristezza nel suo cuore. Cerca di scacciarla nell’abbraccio con altre persone. Eppure non ci riesce. E non solo non riesce a scacciarla. Non riesce neanche ad attenuarla. Mentre balla con altre persone cerca lo sguardo di quel ragazzo nella milonga. G. ha lo sguardo perso e assente. Tra una tanda e l’altra viene da me e mi dice che non sa proprio cosa le stia capitando. Cerca di concentrarsi, eppure non ci riesce. E allora sbaglia i suoi passi che fino al giorno prima la facevano volare sui suoi tacchi alti. Poi di colpo vede quel ragazzo abbracciato a un’altra ragazza. Ballano. Secondo G. nell’abbraccio dei due c’è la stessa passione che G. normalmente sente quando ballano insieme. Allora li guardo anche io. Effettivamente è innegabile. G. ha ragione. Il ragazzo mette la stessa passione anche con le altre. Però, ogni tanto, la guarda da lontano. G. si sfoga: “Non so spiegarmi cosa mi stia prendendo. È qualcosa di irrazionale: avverto dolore, delusione, rabbia! Quasi mi verrebbe da andare lì e dargli uno schiaffo in faccia! Ma perché? È assurdo!” Osservo il suo viso infuocarsi. La convinco a uscir fuori a fumare una sigaretta. “Il freddo – penso – la aiuterà a raffreddare i bollenti spiriti. “Perché – continua a ripetersi G. – dovrei provare gelosia per qualcuno che conosco appena?” Non so che risponderle e lei continua: “Quando l’ho visto abbracciato ad altre ho sentito il mio cuore lacerarsi”. G. è sopraffatta da un sentimento inaspettatamente nuovo. “È questa la gelosia? È giusto provare gelosia nel tango?”. Non so veramente cosa risponderle. Mi viene quasi da ridere pensando che inizialmente la domanda gliel’avevo fatta io pensando che, essendo G. una tanghéra più navigata, potesse avere più risposte di quante lei in quel momento ne stia chiedendo a me. Io, che nei sentimenti sono un disastro, e ora bloccata pure nel tango!
Ma è stato a quel punto che anche io mi sono chiesta se sia giusto provare gelosia nel tango. Se sia “normale”. E stamattina mi sono svegliata, ancora una volta, con in testa la canzone di Vinicio Capossela “Con una rosa”.
Spesso sento dire dalle coppie di tanghéri, che sono coppie anche nella vita reale, che quando vedono il proprio partnerabbracciato ad altre persone provano ammirazione, piacere, tenerezza, felicità. Ma allora mi chiedo: cosa c’è da essere felici nel vedere la propria o il proprio partner in un intimo abbraccio con sconosciuti? Sia chiaro: l’abbraccio del tango cambia da persona a persona. Ma se ci si trova di fronte a un abbraccio inequivocabilmente passionale non è più normale provare dolore, delusione, rabbia? E poi: può esistere la gelosia nei confronti di una persona che neanche si conosce al di fuori di una milonga? Ha, dunque, ragione G.?
P.s.
Ho rivisto il tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino. Non riesco più a distinguere la follia dalla normalità. Perché il vero è percepito come follia verbalizzata mentre il falso diventa normalità non detta? Mi verrebbe quasi da dire: “Evviva il folle che ha il coraggio di dire ciò che pensa in faccia! Evviva il folle che ha il coraggio di sussurrare all’orecchio ciò che sente!”. E, allora, forse non sarà che è la verità, e non la follia, a far paura? Certamente, per ora, posso immaginare che i sentimenti di G. siano veri e mi fanno paura. Forse i sentimenti di G. sono un mistero che io ancora non ho conosciuto. Sono un mistero che io, certamente, non abito. E in cui, forse, non vorrò mai abitare. Neanche se mi venisse a cercare con una rosa. Perché, con la fortuna che ho, sarebbe piena di spine!
Con la salsa si rimorchia, con il tango no! “Per carità! Non si deve!” Ma chi ha stabilito quelli che inizio ad avvertire come fastidiosi cliché imposti? Se la vita è una milonga, nella milonga va in scena la vita in tutte le sue sfaccettature. Amore, odio, amicizia, passione, sofferenza, fastidio, follia, gioco e – perché no? – sonnolenza!
Poco tempo fa entro in una milonga “popolare”: mio dio, che belle le milonghe popolari! Lo scrivo senza specifico interesse perché non le organizzo certamente io. E anche se lo facessi, per il prezzo minimo che a volte si deve pagare (non sempre perché spesso – evviva-visto-che-c’è-la-crisi! – sono gratuite) non diventerei certamente ricca sul piano economico… al massimo ricca sul piano personale… dicevo… poco tempo fa entro in una milonga popolare nella periferia urbana di Roma. È tardi e, come al solito, visto che sono umana e faccio parte della generazione dei trentenni sfruttati per poche centinaia di euro al mese (il mese che mi sento una “sfruttata fortunata” perché mi chiamano per lavorare!), sono stanca. Ma sono quasi sicura che in un ambiente accogliente e semplice mi sentirò coccolata almeno da un dolce tango. Non faccio in tempo a entrare e a togliermi il soprabito che un giovane uomo, forse un po’ brillo, viene verso di me a braccia aperte e mi accoglie con un: “Benvenuta: sentiti come a casa tua!”. “Grazie!” gli rispondo un po’ allibita ma divertita. Chi sarà mai? È carino. E sembra pure un po’ matto. Certamente non rigido e impostato. Nuovamente evviva! Ebbene, sistemo le mie cose in un angolo. Tiro fuori dalla borsa le mie scarpe. Mentre le indosso osservo come siano diventate vecchie in poco tempo: però le trovo belle proprio perché usate… vissute. Poi penso: “Niente scuse: dovrò presto comprarne un altro paio perché queste stanno per abbandonarmi!” Mi allaccio le scarpe. E il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto urta contro il mio ginocchio mentre ad alta voce dice ad un’altra persona: “Basta sesso!”. Si accorge di essermi venuto addosso e subito si gira: con un semplice sguardo è come se chiedesse scusa. Alzo leggermente le mie spalle come a dire: “Nessun problema: può capitare!”. Poi nel profondo penso: “Tranquillo: prendo botte morali tutto il giorno, dalla mattina alla sera… ecco qua, appunto… pure la notte!”. Lui sorride, si volta verso la ragazza con cui stava scherzando e tronca la conversazione con un: “Basta sesso! Si balla!”. Si volta verso di me. Mi guarda intensamente. Poi sorride, porgendomi la sua mano sinistra. È l’invito a ballare accompagnato subito da un insolito inchino d’altri tempi a cui non sono proprio abituata. È tutto così naturale, ironico e fresco. Mi alzo dalla sedia appoggiandomi con leggerezza alla sua mano che mi accompagna al bordo della sala. Di nuovo quello sguardo intenso e reciproco che rispetta i tempi. Quando sento d’esser pronta, il mio braccio sinistro si appoggia lievemente sul suo braccio destro. Lui rispetta la distanza che ho involontariamente stabilito. È un attimo e io non ci capisco più nulla. Tutta la razionalità che mi contraddistingue nel susseguirsi dei giorni, sul lavoro e nelle amicizie, scompare. Si dissolve nel tango. Com’è possibile? Chi è questa persona che si trova di fronte a me? Chi sono io quando cado vittima consapevole e felice di questo strano incantesimo? Per la prima volta in vita mia ballo. Ballo. E poi, ancora, ballo. Non una tanda. Ma due, tre… non ricordo più quante. Non penso più a nulla. I corpi vanno da soli. Non penso più a nulla. Avverto solo una sensazione di costante benessere mai trovata prima. Sento una voce amica pronunciare il mio nome. È come se cercasse di svegliarmi. Mi chiama per nome. Solo a quel punto ricordo dove sono. Sento di aver infranto, senza accorgermene, la distanza iniziale che avevamo stabilito. Siamo vicinissimi. La mia fronte è contro la sua fronte. La parte superiore del mio corpo è contro la parte superiore del suo corpo. Quella voce continua a chiamarmi per nome. Penso: “La conosco questa voce. Chi è?”. Penso. Penso. Penso e allora mi stacco da quell’abbraccio potente in cui eravamo avvolti io e il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Sento che torno in me. O forse che riesco da me per ricalarmi nei panni che ho dovuto cucire con sapienza per una vita intera e che forse il tango mi sta svelando essere un po’ stretti per la mia indole. Sta di fatto che il tango è finito. La voce che mi chiamava è la mia amica con cui sono in macchina. Lei vuole andare via perché si è fatto tardi: è stanca e vuole tornare a casa. “Arrivo subito” dico un po’ frastornata alla mia amica. Guardo il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto: lo ringrazio. Lui è interdetto: mi trattiene un attimo la mano che cerca di scivolare via. “Non puoi andare via così: la tanda non è ancora finita!”. “Devo” gli rispondo io. Corro a cambiarmi le scarpe. Non mi giro neanche per vedere se c’è rimasto male. Una volta in macchina guardo l’orologio e mi accorgo di aver ballato quasi due ore di fila con il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Passano diversi giorni. Mi ritrovo in una milonga. Stavolta non è una milonga popolare ma l’atmosfera è ugualmente rilassata. Mi guardo attorno. Cerco il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Non c’è. Passa una mezz’ora tra le chiacchiere leggere di amici tanghéri seduti con me al tavolino. Eccolo entrare. È lui: il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Ci guardiamo da un capo all’altro della sala. Ma lui sembra far finta di non avermi vista. “Ci sarà rimasto male per come me ne sono andata via l’altra volta! Ha ragione: al posto suo io mi sarei offesa a morte!”. Lui si avvicina al tavolo dove sto chiacchierando. Penso: “Ecco, arriva a salutarmi!” E invece va dritto, prosegue e si mette a chiacchierare con altre persone. “Ah! Ma come si permette?” penso io. Nella mia testa già volano accuse: “Maleducato! Potrebbe almeno salutarmi!”. Passa mezz’ora e lui non mi invita a ballare. Ci si guarda a distanza. Ma niente. Nessun invito. Decido di andarmi a fumare una sigaretta fuori dalla sala. Una volta fuori mi accendo la sigaretta e mi siedo sul gradino di un negozio chiuso proprio accanto alla milonga. Esce anche il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Si accende una sigaretta e si siede accanto a me. “Ci siamo conosciuti qualche sera fa, vero?” dico io. “Sì” dice lui, aggiungendo “ma non ricordo il tuo nome”. “Perché non te l’ho mai detto” gli rispondo io. Finite le presentazioni e sparata la cartuccia del “Come ti sembra la serata? Carina, vero?” penso: “Mi inviterà a ballare!”. E, invece, nulla! Mentre la sigaretta sta per finire io inizio a chiedermi se nel tango ci sia la regola del “Una volta che si balla insieme, la volta dopo, quando ci si incontra in una milonga, non si balla insieme”. Mi è già capitato altre volte e inizio a pensare, a questo punto, che sia una regola. Ma che regola assurda, se questa è una regola! E se questa fosse una regola, una regola assurda e a me sconosciuta, io decido di infrangerla! “Ti va di ballare?” gli chiedo io alzandomi in piedi. “Sì” risponde lui rimanendo seduto. “Con me!”, ribadisco io. Lui sorride, si alza in piedi: “Certamente!”. Rientriamo in sala. Balliamo, balliamo, balliamo. Una, due, chissà quante tande. La Luchadora quella sera è vicina a vedere l’alba. Una sera, qualche milonga più in là, la Luchadora deciderà di accettare l’invito per una pizza senza pretese da parte del tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. A cena scoprirà che il parlare strano del tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto dipenderà dal fatto che il tipo non è italiano e quindi non ha una grande padronanza della lingua italiana.
Dunque, parlare o non parlare: è veramente questo il problema? No. Sarà solo la conferma che il tango è un linguaggio diverso che spesso si allontana dal linguaggio delle parole. E, allora, forse la domanda è: siamo ciò che diciamo o siamo ciò che balliamo?
“Ah e così tu balli tango argentino ?
E quando ballate che fate, vi mettete la rosa in bocca ? Ah ah ah ah”
Ecco vi è mai capitato di sentirvi dire questa battuta ?
A me si. Molte Volte.
E chi la dice, spesso non è un idiota, ovvero, tu pensi che la persona che hai davanti non lo è, magari è un amico, uno che reputi intelligente, e invece poi se ne esce in questo modo.
La prima volta che ti capita rimani deluso, quasi avvilito, denigrato.
E capita spesso, troppo spesso.
Ho meditato a lungo sui commenti che i lettori hanno rivolto ai miei primi diari.
Mi aspettavo che prima o poi qualcuno avesse qualcosa da dire sul mio pseudonimo.
Troppo facile prevederlo.
Questo diario parla dei tori di Escamillo, dei picadores, dell’arena.
I pregiudizi che circondano il mondo del ballo sono molti, a mie spese mi sono reso conto che una fetta della popolazione di questo paese giudica in maniera singolare un uomo che balla o che ha il desiderio di ballare.
Incredibile, eppure una volta ballare era prerequisito sociale indispensabile, oggi o sei fuori per ballare come pretesto per rimorchiare, e allora sei giustificato, oppure, se lo fai perchè ti piace sei strano.
Non per tutti, ma per molti.
Se poi balli tango argentino sei ancora più strano, la salsa passa per qualcosa che serve solo per rimorchiare, tre mesi di scuola poi via, in caccia libera.
Il tango perchè ? Ci vuole troppo tempo, impegno, fatica, ma che lo fai a fare ?
Nell’epoca del bruciamo tutto, subito, e in fretta, sei solo snob a cercare di imparare.
O ancora, non sei snob ma sei solo uno dei tanti che vanno dietro alle mode.
Altri pregiudizi.
Accidenti quanto mi sarebbe piaciuto essermi avvicinato prima al tango, fosse solo per il gusto di dire “…no no guarda io ballo da almeno cinque sei anni, mica sto qui perchè va di moda, c’ero già prima eh figurati…”
Già c’è pure questo.
Io non ho mai visto una corrida, però mi sono documentato, è rituale, ha delle fasi precise.
Alcune somigliano molto alla vita di tutti i giorni.
I picadores sono delle figure indispensabili: hanno il compito di mettere il toro in condizione di inferiorità rispetto al torero, nessun torero avrebbe speranze contro un toro in grado di muoversi bene e alzare la testa.
Il picador fiacca il toro, gli fa abbassare la testa.
In giro ce ne sono molti, in milonga anche.
L’altra sera in milonga ho invitato a ballare alcune donne, tre di queste si sono rifiutate, una esplicitamente mi ha detto: “no non sei capace…sei troppo principiante”.
Non ha detto grazie non ha detto scusa. Un caso ?
Nossignori raccolgo lamentele simili dai miei amici, le chiamano “quelle che ballano solo con quelli bravi”.
Sono tra i picadores migliori.
Ballando con un altra il discorso è andato invece a finire su argomenti privati, che lavoro fai, dove vivi etc.
Una di queste dopo avermi chiesto praticamente il curriculum, evidentemente poco soddisfatta, si è girata, senza dire niente, e se ne è andata.
Divertente eh ? Ci ho fatto il callo oramai, e mi sono convinto che deve capitare lo stesso anche per loro:
in giro ci sono un sacco di personcine non proprio carine.
Tra quelle meno carine annoto anche gli uomini che fanno la scelta cinica delle donne.
Spesso guardo in milonga queste signore sedute in prima fila, nessuno le invita, forse fanno un paio di giri a serata, forse.
C’è chi fa il giro della pista, le guarda, le ignora, è come se dicesse “no con te non ci ballo” poi passa oltre e aspetta o intercetta quella più carina, più giovane.
Ma che ci sei andato a fare in milonga ?
Io ci vado per ballare, e un giorno di questi ballerò anche con queste signore.
Ciascuno si sceglie le proprie compagnie ma, occhio, il campionario è ampio e variegato e mettersi in gioco con le persone, o con l’ambiente sbagliato, può voler dire trasformare una serata piacevole in una deprimente.
E’ anche questo il tango, uno specchio sociale, una cartina tornasole che ti fa confrontare con l’altro, con gli altri.
A volte ne esci a testa alta, altre volte fiaccato.
La milonga per me è un’arena, dove Escamillo recita più spesso la parte del toro ferito che del torero, dove c’è pietà solo quando inizia la musica e sei già nelle braccia di un’altra persona.
Una che ti ha accettato senza averti chiesto prima il curriculum vitae o aver fatto commenti gratuiti.
E’ sera Escamillo esce, va a mettersi in gioco di nuovo, a confrontarsi nell’arena.
Incontro ai nemici di sempre, o agli amici futuri.
Quando entro in milonga è sempre il IV° Atto della Carmen:
È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena, a testa alta.