Nov
19
2010
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Siamo ciò che diciamo o siamo ciò che balliamo?

I diari della Luchadora #6

Parlare o non parlare: questo è il problema?

Con la salsa si rimorchia, con il tango no! “Per carità! Non si deve!” Ma chi ha stabilito quelli che inizio ad avvertire come fastidiosi cliché imposti? Se la vita è una milonga, nella milonga va in scena la vita in tutte le sue sfaccettature. Amore, odio, amicizia, passione, sofferenza, fastidio, follia, gioco e – perché no? – sonnolenza!

Poco tempo fa entro in una milonga “popolare”: mio dio, che belle le milonghe popolari! Lo scrivo senza specifico interesse perché non le organizzo certamente io. E anche se lo facessi, per il prezzo minimo che a volte si deve pagare (non sempre perché spesso – evviva-visto-che-c’è-la-crisi! – sono gratuite) non diventerei certamente ricca sul piano economico… al massimo ricca sul piano personale… dicevo… poco tempo fa entro in una milonga popolare nella periferia urbana di Roma. È tardi e, come al solito, visto che sono umana e faccio parte della generazione dei trentenni sfruttati per poche centinaia di euro al mese (il mese che mi sento una “sfruttata fortunata” perché mi chiamano per lavorare!), sono stanca. Ma sono quasi sicura che in un ambiente accogliente e semplice mi sentirò coccolata almeno da un dolce tango. Non faccio in tempo a entrare e a togliermi il soprabito che un giovane uomo, forse un po’ brillo, viene verso di me a braccia aperte e mi accoglie con un: “Benvenuta: sentiti come a casa tua!”. “Grazie!” gli rispondo un po’ allibita ma divertita. Chi sarà mai? È carino. E sembra pure un po’ matto. Certamente non rigido e impostato. Nuovamente evviva! Ebbene, sistemo le mie cose in un angolo. Tiro fuori dalla borsa le mie scarpe. Mentre le indosso osservo come siano diventate vecchie in poco tempo: però le trovo belle proprio perché usate… vissute. Poi penso: “Niente scuse: dovrò presto comprarne un altro paio perché queste stanno per abbandonarmi!” Mi allaccio le scarpe. E il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto urta contro il mio ginocchio mentre ad alta voce dice ad un’altra persona: “Basta sesso!”. Si accorge di essermi venuto addosso e subito si gira: con un semplice sguardo è come se chiedesse scusa. Alzo leggermente le mie spalle come a dire: “Nessun problema: può capitare!”. Poi nel profondo penso: “Tranquillo: prendo botte morali tutto il giorno, dalla mattina alla sera… ecco qua, appunto… pure la notte!”. Lui sorride, si volta verso la ragazza con cui stava scherzando e tronca la conversazione con un: “Basta sesso! Si balla!”. Si volta verso di me. Mi guarda intensamente. Poi sorride, porgendomi la sua mano sinistra. È l’invito a ballare accompagnato subito da un insolito inchino d’altri tempi a cui non sono proprio abituata. È tutto così naturale, ironico e fresco. Mi alzo dalla sedia appoggiandomi con leggerezza alla sua mano che mi accompagna al bordo della sala. Di nuovo quello sguardo intenso e reciproco che rispetta i tempi. Quando sento d’esser pronta, il mio braccio sinistro si appoggia lievemente sul suo braccio destro. Lui rispetta la distanza che ho involontariamente stabilito. È un attimo e io non ci capisco più nulla. Tutta la razionalità che mi contraddistingue nel susseguirsi dei giorni, sul lavoro e nelle amicizie, scompare. Si dissolve nel tango. Com’è possibile? Chi è questa persona che si trova di fronte a me? Chi sono io quando cado vittima consapevole e felice di questo strano incantesimo? Per la prima volta in vita mia ballo. Ballo. E poi, ancora, ballo. Non una tanda. Ma due, tre… non ricordo più quante. Non penso più a nulla. I corpi vanno da soli. Non penso più a nulla. Avverto solo una sensazione di costante benessere mai trovata prima. Sento una voce amica pronunciare il mio nome. È come se cercasse di svegliarmi. Mi chiama per nome. Solo a quel punto ricordo dove sono. Sento di aver infranto, senza accorgermene, la distanza iniziale che avevamo stabilito. Siamo vicinissimi. La mia fronte è contro la sua fronte. La parte superiore del mio corpo è contro la parte superiore del suo corpo. Quella voce continua a chiamarmi per nome. Penso: “La conosco questa voce. Chi è?”. Penso. Penso. Penso e allora mi stacco da quell’abbraccio potente in cui eravamo avvolti io e il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Sento che torno in me. O forse che riesco da me per ricalarmi nei panni che ho dovuto cucire con sapienza per una vita intera e che forse il tango mi sta svelando essere un po’ stretti per la mia indole. Sta di fatto che il tango è finito. La voce che mi chiamava è la mia amica con cui sono in macchina. Lei vuole andare via perché si è fatto tardi: è stanca e vuole tornare a casa. “Arrivo subito” dico un po’ frastornata alla mia amica. Guardo il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto: lo ringrazio. Lui è interdetto: mi trattiene un attimo la mano che cerca di scivolare via. “Non puoi andare via così: la tanda non è ancora finita!”. “Devo” gli rispondo io. Corro a cambiarmi le scarpe. Non mi giro neanche per vedere se c’è rimasto male. Una volta in macchina guardo l’orologio e mi accorgo di aver ballato quasi due ore di fila con il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Passano diversi giorni. Mi ritrovo in una milonga. Stavolta non è una milonga popolare ma l’atmosfera è ugualmente rilassata. Mi guardo attorno. Cerco il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Non c’è. Passa una mezz’ora tra le chiacchiere leggere di amici tanghéri seduti con me al tavolino. Eccolo entrare. È lui: il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Ci guardiamo da un capo all’altro della sala. Ma lui sembra far finta di non avermi vista. “Ci sarà rimasto male per come me ne sono andata via l’altra volta! Ha ragione: al posto suo io mi sarei offesa a morte!”. Lui si avvicina al tavolo dove sto chiacchierando. Penso: “Ecco, arriva a salutarmi!” E invece va dritto, prosegue e si mette a chiacchierare con altre persone. “Ah! Ma come si permette?” penso io. Nella mia testa già volano accuse: “Maleducato! Potrebbe almeno salutarmi!”. Passa mezz’ora e lui non mi invita a ballare. Ci si guarda a distanza. Ma niente. Nessun invito. Decido di andarmi a fumare una sigaretta fuori dalla sala. Una volta fuori mi accendo la sigaretta e mi siedo sul gradino di un negozio chiuso proprio accanto alla milonga. Esce anche il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Si accende una sigaretta e si siede accanto a me. “Ci siamo conosciuti qualche sera fa, vero?” dico io. “Sì” dice lui, aggiungendo “ma non ricordo il tuo nome”. “Perché non te l’ho mai detto” gli rispondo io. Finite le presentazioni e sparata la cartuccia del “Come ti sembra la serata? Carina, vero?” penso: “Mi inviterà a ballare!”. E, invece, nulla! Mentre la sigaretta sta per finire io inizio a chiedermi se nel tango ci sia la regola del “Una volta che si balla insieme, la volta dopo, quando ci si incontra in una milonga, non si balla insieme”. Mi è già capitato altre volte e inizio a pensare, a questo punto, che sia una regola. Ma che regola assurda, se questa è una regola! E se questa fosse una regola, una regola assurda e a me sconosciuta, io decido di infrangerla! “Ti va di ballare?” gli chiedo io alzandomi in piedi. “Sì” risponde lui rimanendo seduto. “Con me!”, ribadisco io. Lui sorride, si alza in piedi: “Certamente!”. Rientriamo in sala. Balliamo, balliamo, balliamo. Una, due, chissà quante tande. La Luchadora quella sera è vicina a vedere l’alba. Una sera, qualche milonga più in là, la Luchadora deciderà di accettare l’invito per una pizza senza pretese da parte del tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. A cena scoprirà che il parlare strano del tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto dipenderà dal fatto che il tipo non è italiano e quindi non ha una grande padronanza della lingua italiana.

Dunque, parlare o non parlare: è veramente questo il problema? No. Sarà solo la conferma che il tango è un linguaggio diverso che spesso si allontana dal linguaggio delle parole. E, allora, forse la domanda è: siamo ciò che diciamo o siamo ciò che balliamo?

La Luchadora


Written by Luchadora in: Varie | Tag:
Nov
16
2010
1

I Diari di Escamillo #3

Tutti i Tori di Escamillo

“Ah e così tu balli tango argentino ?
E quando ballate che fate, vi mettete la rosa in bocca ? Ah ah ah ah”

Ecco vi è mai capitato di sentirvi dire questa battuta ?
A me si. Molte Volte.

E chi la dice, spesso non è un idiota, ovvero, tu pensi che la persona che hai davanti non lo è, magari è un amico, uno che reputi intelligente, e invece poi se ne esce in questo modo.
La prima volta che ti capita rimani deluso, quasi avvilito, denigrato.

E capita spesso, troppo spesso.

Ho meditato a lungo sui commenti che i lettori hanno rivolto ai miei primi diari.
Mi aspettavo che prima o poi qualcuno avesse qualcosa da dire sul mio pseudonimo.
Troppo facile prevederlo.

Questo diario parla dei tori di Escamillo, dei picadores, dell’arena.

I pregiudizi che circondano il mondo del ballo sono molti, a mie spese mi sono reso conto che una fetta della popolazione di questo paese giudica in maniera singolare un uomo che balla o che ha il desiderio di ballare.

Incredibile, eppure una volta ballare era prerequisito sociale indispensabile, oggi o sei fuori per ballare come pretesto per rimorchiare, e allora sei giustificato, oppure, se lo fai perchè ti piace sei strano.
Non per tutti, ma per molti.

Se poi balli tango argentino sei ancora più strano, la salsa passa per qualcosa che serve solo per rimorchiare, tre mesi di scuola poi via, in caccia libera.
Il tango perchè ? Ci vuole troppo tempo, impegno, fatica, ma che lo fai a fare ?

Nell’epoca del bruciamo tutto, subito, e in fretta, sei solo snob a cercare di imparare.
O ancora, non sei snob ma sei solo uno dei tanti che vanno dietro alle mode.
Altri pregiudizi.
Accidenti quanto mi sarebbe piaciuto essermi avvicinato prima al tango, fosse solo per il gusto di dire “…no no guarda io ballo da almeno cinque sei anni, mica sto qui perchè va di moda, c’ero già prima eh figurati…”
Già c’è pure questo.

Io non ho mai visto una corrida, però mi sono documentato, è rituale, ha delle fasi precise.
Alcune somigliano molto alla vita di tutti i giorni.
I picadores sono delle figure indispensabili: hanno il compito di mettere il toro in condizione di inferiorità rispetto al torero, nessun torero avrebbe speranze contro un toro in grado di muoversi bene e alzare la testa.

Il picador fiacca il toro, gli fa abbassare la testa.
In giro ce ne sono molti, in milonga anche.
L’altra sera in milonga ho invitato a ballare alcune donne, tre di queste si sono rifiutate, una esplicitamente mi ha detto: “no non sei capace…sei troppo principiante”.

Non ha detto grazie non ha detto scusa. Un caso ?
Nossignori raccolgo lamentele simili dai miei amici, le chiamano “quelle che ballano solo con quelli bravi”.
Sono tra i picadores migliori.

Ballando con un altra il discorso è andato invece a finire su argomenti privati, che lavoro fai, dove vivi etc.
Una di queste dopo avermi chiesto praticamente il curriculum, evidentemente poco soddisfatta, si è girata, senza dire niente, e se ne è andata.

Divertente eh ? Ci ho fatto il callo oramai, e mi sono convinto che deve capitare lo stesso anche per loro:
in giro ci sono un sacco di personcine non proprio carine.

Tra quelle meno carine annoto anche gli uomini che fanno la scelta cinica delle donne.
Spesso guardo in milonga queste signore sedute in prima fila, nessuno le invita, forse fanno un paio di giri a serata, forse.

C’è chi fa il giro della pista, le guarda, le ignora, è come se dicesse “no con te non ci ballo” poi passa oltre e aspetta o intercetta quella più carina, più giovane.
Ma che ci sei andato a fare in milonga ?
Io ci vado per ballare, e un giorno di questi ballerò anche con queste signore.

Ciascuno si sceglie le proprie compagnie ma, occhio, il campionario è ampio e variegato e mettersi in gioco con le persone, o con l’ambiente sbagliato, può voler dire trasformare una serata piacevole in una deprimente.

E’ anche questo il tango, uno specchio sociale, una cartina tornasole che ti fa confrontare con l’altro, con gli altri.
A volte ne esci a testa alta, altre volte fiaccato.

La milonga per me è un’arena, dove Escamillo recita più spesso la parte del toro ferito che del torero, dove c’è pietà solo quando inizia la musica e sei già nelle braccia di un’altra persona.
Una che ti ha accettato senza averti chiesto prima il curriculum vitae o aver fatto commenti gratuiti.

E’ sera Escamillo esce, va a mettersi in gioco di nuovo, a confrontarsi nell’arena.
Incontro ai nemici di sempre, o agli amici futuri.

Quando entro in milonga è sempre il IV° Atto della Carmen:

È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena, a testa alta.

Escamillo



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Nov
03
2010
1

I Diari di Escamillo #2

Escamillo va a scuola !

E’ la sera di Halloween, ho tutti gli amici fuori per il ponte; esco e vado in milonga.

Non mi sono divertito, ero triste; queste feste assurde estranee alla nostra cultura, imposte solo per avere un’altra occasione di fare festa.

Intorno a me ci sono altre facce finto felici, tristi pure loro, certe volte mi sembra di vivere dentro “La Peste”, il racconto di Camus, condannati, dobbiamo divertirci per forza.

Il tango non è così, non lo sento estraneo, i suoi ritmi mi sono familiari, mi sento a casa.

Una ragazza mi guarda, ammicca, sogghigno e penso “sarà lei la Luchadora ?”.

Lascio perdere, questa sera ho solo voglia di ascoltare un po’ di musica.

Già, la “Musica”, così difficile trovare chi ne capisce e te ne parli un poco, ah ma per parlare sono in tanti a farlo, però peccato, nessuno dice niente.

Ho accettato di condividere i miei diari per tanti motivi, uno sicuramente è che mi sarebbe piaciuto trovarli quando ho cercato informazioni sulla rete.
Ora mi chiedo, come posso essere utile ?
Condivido le mie esperienze e spero che tornino utili al prossimo torero.
Mica mi volete lasciare solo no?

Meditavo così, in milonga, la ragazza che ammiccava mi distraeva, non mi lasciava concentrare;
e lasciami dai ! non vedi che devo pensare al prossimo diario ?
E se poi è LEI ? se per pensare al diario mi lascio scappare la Luchadora ?

Non le farò questo torto, mi “mira” con insistenza, che sfacciata !
Mi emoziono, ho i brividi addosso, ci risiamo, per me è di nuovo
il IV° Atto della Carmen:

È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena.
E penso Escamillo è sfidato dalla Luchadora e non le farà il torto di non ballare.

Vado, la invito, balliamo (insomma ci provo ma non ci riesco).
Sono deluso, la scintilla non è scoccata, non ho sentito niente, colpa mia?

Non sono abbastanza abile, non sono abbastanza bravo, non sento bene la musica, sono un disastro.
Ecco che nasce il diario, la musica, la scuola, è iniziato così.

Questa estate passata ero spesso all’Auditorium, il Parco della Musica di Roma, durante il festival di tango che si svolgeva appunto in quel luogo.

Si ballava gratuitamente nella cavea, si ascoltava gratuitamente la musica, si guardavano, sempre gratuitamente, i ballerini esibirsi.

E li ho imparato, a scrocco, e quindi gratuitamente, da qualche amico, a muovere qualche passo in più.

Poi mi sono detto: “Forse mi ci vuole una scuola vera, dei veri insegnanti”.

Dunque, all’Auditorium avevo collezionato una quantità notevole di volantini, impressionante quante scuole di tango argentino ci siano a Roma, pensate da qualcuno ho sentito dire:
“..a Roma ? ci sono più insegnanti che ballerini.”

Ho iniziato a visitare tutte le scuole pubblicizzate, ma prima di procedere devo dirvi che ho iniziato a vedere, anzitutto, dove praticavano i miei amici, scelta che si è rivelata poi infelice, essendo molti di loro autodidatti.

A volte così facendo mi sono ritrovato a ballare anche in strada, con gente che ti dice più o meno quello che devi o non devi fare, così, senza criterio, e anzi a volte in aperta contraddizione con il consiglio appena ricevuto.

Cos’è questa mania che hanno tutti di insegnarti qualcosa ?
Ma soprattutto perchè pensano tutti di esserne in grado ?
E’ una sorta di abbraccio collettivo solidale ?

E’ l’entusiasmo del tango, credo, o forse la presunzione di improvvisarsi in qualcosa che sembra alla portata di tutti.
Insegnare Tango argentino è alla portata di tutti ?

La parola autodidatti non è esatta per i miei amici, in realtà molti di loro hanno iniziato in una o più scuole, poi hanno abbandonato dopo poco tempo, soddisfatti dei passi che avevano appreso.
Ma io non vorrei solo dei passi, per me nel tango c’è qualcos’altro.
Ha spessore diverso questo ballo.
Cerco altro oltre i passi, vorrei capire, avere stimoli.
Ecco cerco qualcuno che mi dia degli stimoli, informazioni, cultura, musica, storia, tutto insomma.

Ho scoperto così che per molti l’entusiasmo del tango si limita a buttarsi nella mischia nel modo più veloce possibile, ma sospetto che chi segue questa via si stanchi presto, e comunque vedo che non viene rapito allo stesso modo che è capitato a me.

Dunque rieccoci ai volantini, ad internet e ai consigli che si chiedono ad amici e alle persone incontrate in milonga.

Non vorrei tralasciare da questo elenco il mito dell’insegnante argentino:
per tagliare la testa al toro molti dicono vai da un insegnante argentino, è una garanzia.

Peccato, la realtà è più triste: altra illusione, da quando il tango sta andando di moda molti argentini sono venuti in Europa, e quindi anche in Italia ad insegnare, tra loro c’è molta gente che prima non ballava affatto, magari faceva qualche altra attività e ora è qui e sbarca il lunario in questo modo: improvvisandosi insegnante di tango.

Magari fosse solo questo, pare che di gente che si improvvisa, oltre ai miei amici, ce ne sia tanta, troppa.
Nessuna didattica, musica, cultura, storia, niente di niente, solo i passi.
E io non volevo solo quelli.

Una giungla in parole povere.

Adesso arriva la parte divertente e triste allo stesso tempo:
pensando di essere più furbo degli altri mi sono legato ad un gruppo di gente che, come me, girava per scuole in cerca di insegnanti decenti, poi scoprendo che molte scuole offrivano lezioni gratuite abbiamo iniziato a selezionare solo quelle, e a scroccare lezioni, oggi qui domani li.

C’è gente che fa solo questo: il giro delle scuole per scroccare lezioni gratuite.
L’ho fatto anche io, poi mi sono stufato, rifacevo grosso modo la prima lezione all’infinito.

La cosa più avvilente di questa pratica è l’insegnante, che, se non è scemo/a capisce che sei li per scroccare la lezione, e così collezioni sguardi commiserevoli che non si scordano.

Infine ho riguadagnato la mia dignità e ne ho scelte due, frequento due scuole, una non mi bastava, voglio imparare presto, ubriacarmi di tango tutti i giorni.
In realtà medito di iscrivermi anche ad una terza, se lo sapessero i miei amici chiamerebbero a spese loro un analista bravo.
Mi rendo conto che tutto questo non mi farà diventare veramente più bravo, ma la cosa importante è che non mi fa pensare, o meglio mi fa pensare solo al tango.

Consigli non ne do a nessuno, io quando infine mi sono deciso ho chiesto:
Voi chi siete ?
Da quanto tempo ballate ?
Da quanto tempo insegnate ?
che metodo usate ?
Vi esibite pubblicamente ?
Avete un curriculum ?
Un sito web ?
Fate stage ?
Fate attività culturali collaterali ?
Uscite in milonga ?

Con le prime quattro domande avevo già scremato l’80% dei maestri improvvisati per il resto sono andato ad intuito e simpatia.

Oggi penso, il tango mi fa sentire vivo,
Escamillo è sfidato dalla Luchadora, chiunque lei sia, e non le farà il torto di non ballare.

Ho un avviso per voi Luchadoras:
Mi sto preparando, sono il nuovo fenomeno che non avete ancora provato, forse l’ultimo che proverete, nel caso in cui non fossi un fenomeno rimango sempre Escamillo, che al momento è già abbastanza.

Quando entro in milonga è sempre il IV° Atto della Carmen:

È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena.
Non sa ballare, non sente la musica, ma ci mette tanta passione e il suo cuore è un tamburo inesorabile che fa BUM BUM BUM BUM.
Cercatemi sono li per voi.

Escamillo



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Ott
29
2010
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La vita è una milonga e io non tango da sola

I diari della Luchadora #5

A volte capita che da un abbraccio con un perfetto sconosciuto si origini un fiume di emozioni e sensazioni inaspettate. A volte, invece, capita che più si conosce una persona più l’abbraccio con questa persona non genera grandi emozioni o, addirittura, genera fastidio. Ma perché? Quanto la conoscenza dell’altro condiziona l’intensità di un abbraccio? E in che modo l’abbraccio può essere condizionato?

La Luchadora torna a scrivere. E stavolta lo fa dopo aver inaspettatamente spaccato in due la comunità tanghéra romana. Scrivo “tanghéra” e non “tanguera”. E lo faccio con cognizione di causa perché sono una purista della lingua italiana. In post precedenti a volte avevo fatto uso della “h”, altre volte della “u”. Voglio chiarire l’equivoco: da oggi farò uso della “h”, a meno ché non si tratti di una parola in argentino. Ma in quel caso la leggerete in corsivo. Dicevo… torno a scrivere dopo aver sollevato, senza volerlo, un polverone nella comunità tanghéra romana. Fortunatamente lo strumento del blog o dei social media consente di interloquire in tempo reale con i potenziali lettori. Ma non consente, come penso sia avvenuto in questo caso, di chiarire. Dopo l’ultimo post ho ricevuto molti ringraziamenti soprattutto da parte di molte donne, ma anche di molti uomini (per lo più “giovani”, il che ci offre speranza!) maggiormente sensibili e che sono stati capaci di cogliere il messaggio che volevo comunicare. Se la vita è una milonga, non si può certamente pretendere di essere accettati da tutti. Ed è per questo che ho ricevuto anche molti insulti da chi si professa “gentiluomo” o “gentildonna”. È stato addirittura “simpatico”, per non dire “surreale”, venire a sapere che una donna ha scritto, riferendosi a me: “Quando je menamo?”. Si è addirittura ventilata l’ipotesi che io sia un’organizzatrice di serate milonghere in incognita, e che mi nasconda dietro a uno pseudonimo per codardia. Mi spiace per la povertà culturale di questi ipotetici lettori che evidentemente non sanno quanta distanza copre l’anonimato puro da un semplice pseudonimo che prima o poi rivelerà la persona che si cela dietro al nome “la Luchadora”. Come ho già risposto a qualcuno di questi lettori, mi spiace che le mie parole non possano essere comprese da tutti. Ma questi sono diari. E i diari, si sa, si basano su sensazioni e osservazioni personali. In quanto sensazioni sono personali e, dunque, non devono essere oggettive e necessariamente condivise da tutti. Ma soggettive. Una persona può decidere di rispecchiarsi nelle parole di un’altra o meno. Però chiedo rispetto. Lo pretendo.

Questa volta voglio raccontarvi qualcosa a proposito dell’abbraccio. Non parlerò dell’abbraccio sociale dei “tàngheri”. Sì, avete letto bene: “i tàngheri”. Perché, la scorsa settimana, quell’inesistente abbraccio sociale mi aveva quasi fatto venir voglia di pensare: “Ma chi me la fa fare non solo a condividere pensieri e parole ma, addirittura, chi me la fa fare a condividere l’abbraccio con persone che magari spendono cattiverie nei miei riguardi e poi non si chiedono se – questa sì che è divertente, preparatevi! – per caso loro ci abbiano mai ballato con la Luchadora! E magari gli è anche piaciuto ballarci insieme! Eh, già…

La cosa sorprendente è che il profondo abbraccio individuale con un tanghéro, una volta svelata la sua identità di “tànghero” capace di far “branco” con tanti altri “tàngheri”, svanisce nel nulla. E allora? Allora forse ha ragione chi sostiene che nel tango non bisogna parlare ma solo ballare? No, non voglio cadere in questa cinica visione della milonga. Perché se la vita è una milonga e se il tango mi ha aiutata a riscoprire il calore della vita attraverso l’incontro di due anime, io di certo non mi farò scoraggiare dal mancato abbraccio sociale dei “tàngheri”.

Sono tornata in una milonga con i miei amici. E pensare che neanche i miei amici più intimi immaginano chi si celi dietro alla Luchadora! Eravamo in milonga. Mi vedevano un po’ restia nel ballare. Io lo sapevo cosa non andasse in me: sapevo di temere che la delusione dell’abbraccio sociale dovuto alle polemiche relative all’ultimo post, per me, si potesse tradurre nella delusione dell’abbraccio individuale. Dopo aver accettato i primi inviti a ballare ho scoperto che ci si può riappropriare di una sorta di bellezza dell’abbraccio anche con un “tànghero-tanghéro”. Ma che questa, d’ora in poi, sarà una bellezza superficiale, quasi tecnica. Puramente estetica. Non certamente profonda, sentita, vissuta. Quando, invece, ho abbracciato chi nei giorni scorsi ha inconsapevolmente preso cura del mio asse durante l’avvitamento sociale che quel mio post ha creato all’interno della comunità tanghéra romana, ho sentito l’abbraccio vero. E, allora, sì, ne ho avuto la conferma: la vita è una milonga. Da una discussione se ne può uscire più uniti oppure ci si può ritrovare uno di fronte all’altra, sapendo e sentendo di non esser fatti per condurre insieme neanche un passo. Perché non c’è armonia, non c’è ritmo, non c’è ascolto.

Qualche giorno dopo, in un’altra milonga mi è capitato di ritrovarmi nell’abbraccio con un perfetto sconosciuto. Una mirada e via. Ecco la sua mano sinistra pronta ad accogliere la mia mano destra. Non la stringeva. Eppure c’era. Pochi attimi dopo ho appoggiato il mio braccio sinistro sulla sua schiena. Un lungo respiro per ascoltare il battito dell’altro. I primi passi. Lui ascoltava me. Io ascoltavo lui. Non parlavamo, eppure stavamo comunicando. Respiravamo l’intensità delle pause attraverso i nostri sguardi. Eravamo entrambi presenti senza imporci. Mi sono chiesta come sia possibile un’intima comunicazione a due, senza pronunciare una singola parola. Forse perché in quell’intimo rapporto a due, in cui ci si dimentica di essere circondati da tanti altri microcosmi, non ci sono sovrastrutture dettate da un branco d’appartenenza? Forse perché il tango è anzitutto fiducia? Sì, il tango mi ha fatto l’ennesimo regalo inaspettato. Mi ha regalato la speranza. La speranza di potermi fidare dell’abbraccio con un perfetto sconosciuto.

La vita è una milonga e il tango ci regala la speranza di poterci fidare dell’abbraccio di uno sconosciuto. È un regalo prezioso. Ed è per questo che dobbiamo prendercene cura. Ed è per questo che, superata la tempesta, “io lo so che non tango da sola”.

La Luchadora


Written by Luchadora in: Varie | Tag:, ,
Ott
23
2010
2

I diari della Luchadora #4

Un tanga non fa un tango. Ma una bombilla fa una milonga.

Un tacco dodici centimetri? Una gonna corta dallo spacco vertiginoso? Una scollatura che non lascia spazio all’immaginazione? Uno smalto rosso fuoco? Sono veramente questi i dettagli che rendono una donna sensuale? E quando la sensualità si traduce in volgarità?

Nelle milonghe, ultimamente, noto con un po’ di rammarico che spesso si confonde la sensualità con la volgarità. Ma che cos’è la volgarità? Sicuramente è oggetto di discussioni spassose con altre donne. Ma lo spasso, talvolta, può trasformarsi in rabbia. Com’è possibile che quella ragazza non si renda conto di essere ridicola? E perché quell’uomo anziché non assecondarla la induce ad aumentare quel comportamento grottesco?

Giorni fa mi è capitato di andare in una milonga dell’Eur. Una sala spaziosa, dal liscio pavimento di marmo, all’interno di un edificio costruito da Mussolini. Sono sempre stata un po’ restia nell’entrare in quella struttura architettonica della mia città, frutto di un orribile passato della mia terra. Tuttavia tutti parlavano di quella milonga come di una location perfetta per il tango. La mia curiosità era diventata troppo forte e, soprattutto, mi ero convinta che una milonga all’interno di un edificio d’origine fascista potesse essere un buon modo per riappropriarsi di un luogo che comunque c’è, ancora esiste, ed è impossibile ignorarlo. Ma è stato proprio lì che ho assistito a uno degli spettacoli più brutti degli ultimi anni. Una formosa ragazza di poco più di vent’anni, decisamente poco sobria, si agitava stretta in un abitino scollato e corto nel mezzo della sala. Arrancando sui suoi scintillanti tacchi alti si aggrappava a un uomo sulla quarantina, o su di lì, che la strapazzava a destra e a sinistra alzandole (distrattamente?) il lembo della gonna corta che scopriva interamente il suo fondoschiena neanche troppo piccolo e solcato da un sottilissimo perizoma nero. La prima cosa che ho pensato è stata: “Questo è certamente un tanga ma non è certamente un tango!”

Come la maggior parte delle persone presenti ho cercato di non badare troppo all’episodio. Lo ammetto: ho provato vergogna per la scena che si svolgeva di fronte ai miei occhi. Quasi mi sono scoperta in cerca di un telecomando immaginario per cambiare canale. Ma quella non era una velina che si faceva umiliare in diretta tv. Era una ragazza vera. In carne e ossa. Ho pensato: “Avrà bevuto un bicchiere di vino, può capitare di non reggerlo! A chi non è mai capitato? Può accadere, è umano!” Ma poi ho assistito alla scena successiva e ho pensato: “No, tutto ciò non dovrebbe accadere in una milonga così come nella vita quotidiana!” La ragazza era seduta su un cuscino davanti allo stand di un famoso negozio di scarpe da tango che quella sera esponeva la merce in vendita. La ragazza poco sobria faceva finta di allacciarsi e slacciarsi le scarpe. Provava modelli nuovi. Il tutto davanti a un fotografo tanguero che le chiedeva di continuare lo svilente teatrino perché lui ne avrebbe tratto un “fantastico reportage di milonga”. La ragazza allora proseguiva. E io pensavo che più di un reportage di una milonga si trattasse di un reportage che in gergo militaresco si definirebbe “da un’area di crisi”. Il tutto si svolgeva davanti al proprietario dello stand che inizialmente era interdetto, poi infastidito, quindi decisamente arrabbiato quando la ragazza, noncurante e in posa davanti all’obiettivo, facendo finta di leccare le suole delle scarpe in vendita, ha rovesciato un intero cocktail a terra. Né la ragazza né il fotografo hanno chiesto scusa. Anzi, la ragazza ha afferrato al volo un paio di scarpe incorniciandole al suo volto. E, insieme a quel paio di scarpe, non si è lasciata sfuggire l’occasione per mostrare all’obiettivo del fotografo una falsissima faccina che con aria “birichina” sembrava dire: “Oh, che sciocchina che sono!”. Il fotografo l’ha presa per un braccio e l’ha portata via. Saranno stati in molti a tirare un sospiro di sollievo. Il mio telecomando immaginario aveva funzionato? Ero riuscita a cambiare canale? Niente affatto: i due si erano spostati pochi metri più in là. E mentre il proprietario dello stand di scarpe da tango asciugava il pavimento, i due – in area di crisi esistenziale – si erano sistemati attorno a una colonna marmorea della grande milonga. La ragazza si strofinava sulla colonna e il fotografo continuava a scattare foto. Una tristezza infinita aveva invaso la milonga. Né Gardel, né Piazzolla, né tantomeno Pugliese sarebbero stati in grado di ripristinare la magica atmosfera di una vera milonga. Quei due erano come un brutto graffio su un antico e prezioso vinile. Per tutti noi tangueri la serata era finita. Il tango era svilito. Tornando a casa, continuavo a chiedermi il perché fossimo stati tutti costretti ad assistere a quella brutta scena. Perché nessuno fosse intervenuto per dire: “Hey, questa è una milonga!”

La bellezza di un corpo si era trasformata in volgarità. Il fascino della milonga, di colpo, sembrava essere diventato una chimera. E allora mi chiedo se tutti quegli esperti tangueri, molto critici verso la non oculata diffusione del tango, con cui spesso discuto non abbiano, invece, ragione. Che l’eccessiva e superficiale diffusione del tango possa rischiare di inquinare una filosofia di vita? Che la folle sfrenata commercializzazione di un’arte come il tango possa portare a dimenticarne le origini?

Sono una donna luchadora. Amo la bellezza dei corpi in movimento. Ma non ne sopporto la mercificazione. Soprattutto se si tratta dei corpi femminili. E penso di non poter tollerare, dunque, neanche la mercificazione del tango e delle milonghe. Forse, dunque, è vero quel che un gruppo di giovani tangueri romani inizia a sostenere con forza. Qui a Roma, infatti, c’è un gruppo di ragazzi che ha da poco lanciato “Bombilla”. “Bombilla – uno di loro spiega - in spagnolo è la lampadina, è l’idea di un posto essenziale: una stanza, una luce e la musica. Niente laser colorati, niente aperitivi, niente esibizioni, niente fronzoli. Solo l’essenziale per ballare”.

Tornare, dunque, alla bellezza dell’essenziale. Perché è lì che le anime trovano lo spazio per riascoltarsi in tutta la più profonda sensualità, femminile e maschile. Perché la sensualità, certamente, non è solo donna. E non è solo a senso unico. È anche comunicazione. Non finzione.

La Luchadora


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