Feb
09
2011
--

El Rizado

Siamo andati di nuovo a ballare in milonga in gruppo, un gruppone direi visto che eravamo circa trenta persone; come ho già scritto andare a ballare fuori in milonga è importante, fa crescere, fa divertire, fa imparare meglio. Quando un principiante esce a ballare e conosce la milonga per la prima volta accadono mille cose divertenti e commoventi, specialmente se è in gruppo con i suoi amici, principianti come lui e non. Ne nasce una bella serata che molti ricorderanno come il loro battesimo milonguero.

Questa volta vi presento il ricordo, molto bello, di uno di loro che ha scelto di farsi chiamare El Rizado.
El Rizado, come lui stesso sottolinea, in spagnolo significa riccio. Ma “El Rizado” significa anche “ondulazione”. Qualcosa di simile, in inglese, si chiama Ripple.
Ebbene vi presento El Rizado, buona lettura.

La Redazione

Sei solo, fermo ad un semaforo.
Sono un po’ teso per stasera. Andare in milonga per la prima volta mi spaventa un po’. Quel nervosismo che ti stringe lo stomaco a poche ore da un primo appuntamento o che ti fa tremare le gambe quando devi parlare in pubblico, e non sei abituato. La voce diventa incerta, il battito aumenta, il caldo fa scivolare il coraggio e lo scioglie insieme a memoria e concentrazione.
Perchè hai paura?
In fondo sono già stato a ballare, non sarà tanto differente. E poi non è un esame, non sarò io al centro di un palco con tutte le luci puntate su di me. Nessuno mi guarderà, se sarò buffo. E se non lo sarò, sicuramente qualcuno mi incoraggerà. Inoltre ci sarà la mia lei. Se ti butti da un aereo e c’è la tua lei, è come avere il paracadute. E se la tua lei è come V., aspetta sempre che sia tu a tirare la cordicella. Ti lascia volare, finchè vuoi.
Eppure provo quella sensazione. Quel misto di ansia e impazienza che ti fa guardare l’orologio prima che sia passato un minuto fra un’occhiata e l’altra.
Vuoi scappare?
No. Piuttosto voglio godermi questo momento in tutte le sue sfumature. Mi stuzzica questa sensazione. Non posso certo dire di conoscere ogni mia paura, ma ho imparato a riconoscerne la natura. Ci sono le paure di ciò che voglio e le paure di ciò che non vorrei. Lo ammetto, a volte curiosità, paranoia e razionalità ci mettono lo zampino e tutto diventa più indefinito, ma questa è un’altra storia.
La storia di stasera parla di Tango. Non quello in cui il maestro chiama il cambio delle coppie o la pausa, ma in cui ci sei tu e tu soltanto.
Certo, c’è anche la donna con cui balli. E ci sono le altre coppie intorno a te.
Ma non c’è niente di tutto questo se tu non sei lì.
Ed è per questo che ho paura. Perchè non voglio andare in milonga senza capire quale parte di me sarà lì. E non posso sapere quale parte di me sarà lì, finchè non ci sarò. E mentre ci penso, il tempo sembra non passare mai.
Ma nella vita reale il tempo passa e un clacson mi ricorda che il semaforo è diventato verde.
Devo partire.

Finalmente qui…
La musica si sente da fuori e la voglia di entrare cresce. Io e V. ci avviciniamo al tavolo; la pista è già piena e per un attimo mi incanto a guardarla, come se fosse un acquario pieno di pesci tropicali, colorati, ed io un bimbo con il naso spiaccicato sul vetro. Oggi pomeriggio ho comprato le mie prime scarpe da tango. Bianche e nere. Decisamente adeguate per questo posto. Mentre le calzo, i miei piedi mi chiedono timidi e spaesati quali aspettative io nutra nei loro confronti. Ignoro la domanda, stringo bene i lacci e continuo a guardarmi intorno. L’atmosfera è calda, le luci quasi soffuse e la musica comincia a catturare la mia attenzione. Le note sembrano scendere direttamente dall’alto, da quei drappi blu appesi morbidi per dare rotondità alle linee del soffitto.
Ma non ballo. Osservo. Mi sento stranamente a mio agio.
Sentirai la musica o penserai ai passi?
Sono davvero un principiante. Guardando i piedi delle persone al centro della sala da ballo, non posso fare a meno di pensarlo. Non le loro scarpe o i vestiti, ma proprio le loro gambe che si intrecciano e scivolano e girano a tempo con la musica. No. Non tutti. Alcuni seguono un loro ritmo che a tratti si stacca dagli altri e vagano per qualche secondo, sospesi in un altrove di suoni che solo loro possono sentire; poi tornano e ricominciano a girare, ritrovando la musica, senza chiedersi dove l’avessero perduta. Forse pensano ai passi anche loro.
V. sta ballando. E’ bellissimo guardarla che si muove fra la gente, portata con maestria ed eleganza, da chi sta insegnando a me come si balla il tango. Vorrei saperla condurre così anche io. Ma non ho fretta, è prezioso ogni passo che faccio. Ma adesso sono fermo. Mentre cerco di carpire qualche segreto guardando gli altri, il mio maestro mi chiama e senza capire come, mi ritrovo in pista con C.. E’ la terza volta che balla. Non sa i passi. Se lei non li conosce, tanto vale non pensarci e provare a sentire solo la musica…
Se provi ad ascoltarla veramente, la musica non è fatta solo di tempi e di note. E non è nemmeno uno specchio che riflette la tua immagine. E’ come il tocco che fa vibrare la superficie dell’acqua. Quella superficie sei tu. E sei tu l’acqua. E sei tu che ti muovi. Se ti lasci toccare dalla musica, il tuo corpo segue il ritmo delle sue note, ma il movimento viene da dentro di te. Come le onde che increspano l’acqua e si ripetono, uguali e differenti fra loro. Se balli con una donna, siete in due ad essere toccati. E insieme vi toccate, vi abbracciate. Comunicate, mostrando un po’ di quello che c’è sul fondo. Quello che siete. Anche quello che volete fingere di essere. Ma se non la sentite, la musica toccherà solo la vostra parte solida e non ci sarà movimento, solo un suono sordo e nessuna risposta. Nessuna espressione. Nessuna comunicazione.
Ballo con C. e capisco che sbagliare un passo non è così grave. Un bambino quando comincia a parlare non smette di farlo solo perchè non sa pronunciare bene una parola. Prova. E riprova. Ma ogni volta la sua superficie vibra ed entra qualcosa.
La musica finisce. Non ho pensato ai passi. Mi sono lasciato guidare da quello che sentivo, ed è stato molto divertente. Mi sento più leggero.
Adesso…
Adesso voglio ballare con lei.
Mi sento sicuro e non mi importa di sbagliare. Voglio abbracciarla. Voglio consumare ogni secondo di questo tango per parlarle di me. Non con le parole, ma guidando i suoi passi, le sue spalle, le sue mani e il suo sguardo. Voglio stringerla e condurla dove ci sia lo spazio per esaudire i suoi desideri, quelli che non hanno tempo né forma. Che iniziano e finiscono con un respiro e si intrecciano, si accarezzano e si riaccendono ogni volta che inizia la musica.
Quando sono di fronte a lei, mi accorgo che non sono mai stato così sicuro di voler essere qui. Sento la mia emozione che si fonde alla sua, mentre le stringo lievemente la mano. Con l’altra le sfioro la schiena. I nostri piedi sono vicini. Il tango inizia.
Chiudo gli occhi un secondo e cerco un ulteriore contatto fra di noi, invisibile. Aspetto che la musica ci tocchi. E la musica non si fa pregare. Ci lanciamo insieme e balliamo e balliamo ancora. E’ meraviglioso sentire come i passi diventino il modo per esprimere quel movimento che nasce da qualche parte, nel profondo di noi. Ed è bella la sensazione che ogni tanto mi stordisce, facendomi bloccare. Non perchè non ricordi un passo, ma perchè la musica mi suggerisce un passo che non conosco ancora, che è lì, sul fondo di me, pronto a venire a galla. Non ho fretta. Non siamo a scuola. Non mi importa se sto solo camminando. Chiudo gli occhi e mi vedo correre, girare. Volare. E lei è qui con me. Mi segue e sento che le piace lasciarsi andare. Anche lei cammina, ma la sua fronte preme sulla mia come se corresse. I suoi occhi si chiudono come se volasse.
E continuiamo a ballare. E mentre ci abbracciamo, ci raccontiamo qualcosa di noi che sta crescendo, che non importa dove sta andando, ma che continua a ballare al ritmo di questo tango, che ormai è diventato l’ultimo. Ma solo per questa notte.
Perchè la voglia di ballare non è finita…

El Rizado

Written by admin in: Varie | Tag:, ,
Feb
03
2011
--

Escamillo a Buenos Aires

I Diari di Escamillo #7

Diari da Buenos Aires

Scusate il ritardo, Escamillo è ancora vivo non è sparito.
La notte di capodanno del 2010 è stata animata non solo dai botti usuali, ma anche dal mio peregrinare tra una milonga e l’altra di fine anno.

Ho fatto il giro delle feste, organizzate a Roma, la notte di capodanno: sono state tutte una fregatura.
Nemmeno una organizzata in maniera decente, dalle ville sontuose, ai locali, alle strade, si riconferma la mia impressione già scritta sul tango a Roma, otto volte su dieci, solo come business, per di più gestito da persone impreparate e incompetenti, con uno scopo unico: solo il guadagno senza attenzione alla cultura o ad altro.

In questo clima depresso ho preso una decisione: vado a Buenos Aires.
Mi sono organizzato e sono partito, sono stato a Buenos Aires, la mecca del tango come la chiamano loro.
E ora che sono tornato vi racconto qualcosa, qualcosa di interessante, spero.

La partenza, l’arrivo e le prime impressioni.

Premetto che non scenderò nei particolari, questi diari da Buenos Aires non vogliono avere la pretesa di essere una guida turistica.

Il viaggio per Buenos Aires, o Baires, è lungo, 14 ore, ed è costoso se non lo prenotate con molto anticipo.
Arrivati, siete stonati sia dal fuso orario che dal cambio di clima, che è l’opposto rispetto al nostro.
Ora fa caldo, è la loro estate.

In Aeroporto, per la verità modesto, niente di speciale, potete cambiare la valuta, e insieme al denaro avere subito anche dei buoni consigli per non farvi fregare: consigli accompagnati anche da un volantino che illustra le vecchie valute del paese, sembra infatti che ai turisti qualcuno tenti di spacciare vecchie banconote fuori corso per fregarvi i soldi, questa notizia accompagnata da quella che anche i tassinari cercheranno di fregarvi con il cambio vi dà subito la misura di dove state per sbarcare.

A me non è capitato, ma ad altri che ho incontrato si, per cui confermo che non sono solo leggende.
Il tassista che mi ha portato in città ha attaccato subito chiacchiera, lo fanno tutti o quasi, si impicciano di tutti i fatti vostri e molti affermano di essere di origine italiana.
L’impressione trovandosi in mezzo a queste persone è quella di trovarsi in qualche parte di Italia, solo in una collocazione temporale differente, ovvero sembra di trovarsi da noi, o in Spagna, solo spostati indietro nel tempo di qualche decennio.

Una volta in città vi rendete conto che in questo paese l’euro è molto potente, il cambio molto vantaggioso per noi vi farà fare una vita comoda e agiata.
Questo mi ha fatto subito pensare alle torme di argentini sbarcati in europa, in Italia prevelentemente, in questi ultimi anni. In termini di costo della vita e di cambio, da noi guadagnano dalle 4 alle 6 volte in più che nel loro paese, a volte anche 10 volte tanto.
Il che significa che qui tutto costa dalle 4 alle 10 volte di meno che da noi.
Tutti gli argentini che avevano un parente da noi o la possibilità di venire per lavorare e guadagnare di più lo hanno fatto, e parlo ovviamente del tango.

In questo clima di euforia economica mi sono sentitito io l’americano della situazione, potendo spendere e spandere senza problemi mi sono lanciato H24 nella mecca del tango, a capofitto.

Per ora vi saluto ma a presto il seguito.

E’ bene che sappiate che anche a Baires quando entro in milonga è sempre il IV° Atto della Carmen:

È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena, a testa alta.

Escamillo


Written by admin in: Cultura, Varie | Tag:, ,
Gen
03
2011
--

#9 Silenzio, pazienza e sorriso

Nella vita di tutti i giorni accade spesso che i tempi delle nostre azioni non corrispondano ai tempi che sarebbe opportuno seguire per ottenere armonia e intensità. I ritmi frenetici che ci vengono imposti ci portano a non rispettare il sentire, nostro e dell’altro. Ci disabituano al sentire, al percepire. E ci ritroviamo in azioni che postulano uno sfrenato individualismo collettivo.

Silenzio, pazienza, sorriso. Quanto peso hanno questi tre elementi nella vita? E nel tango?

Mi piace pensare al tango come a una metafora dell’esistenza. Un’esistenza che non potrebbe essere tale se non ci fosse l’interazione con l’altro. Mi piace pensare alla milonga come a una metafora del luogo in cui va in scena la vita.

Non riprendevo in mano questi diari da quasi un mese. Non è accaduto per non curanza. È accaduto perché mi sono presa del tempo per pensare. Qualche settimana il solito “tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino” di qualche post fa, mi ha spiazzata. Eravamo in milonga e stavamo sorseggiando un bicchiere di vino. Ancora non posso dire di conoscerlo bene, eppure per me lui era stranamente silenzioso. Tutte quelle pause mi imbarazzavano. Io parlavo, parlavo, parlavo. Cercavo argomenti di conversazione che puntualmente cadevano nel vuoto. E più cadevano nel vuoto, più mi imbarazzavo. Poi, di colpo, lui, sorridendo e senza alcun cenno di arroganza, mi ha chiesto: “Se rimango in silenzio non significa che non voglia comunicare con te. A volte anche rimanere in silenzio, l’uno accanto all’altra, può trasmettere forti emozioni. Rispettare le pause senza sentire l’esigenza di riempirle perché, in realtà, quelle pause non sono vuote ma, anzi, sono dense di sensazioni che non possono trovare risposte nelle parole”. Se in un’altra occasione mi sarei alzata da quel tavolo giurando a me stessa di non rivolgergli mai più la parola, quella sera ho sorriso. Sono rimasta seduta al tavolino. Mi sono rilassata sullo schienale della sedia accanto al “tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino” e ho continuato a sorseggiare il mio vino fino a quando i nostri sguardi non si sono incrociati e spontaneamente ci siamo alzati, abbracciati e abbiamo iniziato a ballare le nostre innumerevoli tande. Quella sera, per la prima volta apprezzavo le pause. Le assaporavo tutte, fino in fondo. Scoprivo che ogni pausa non era un momento da riempire necessariamente con qualche fronzolo se non ne avessi avuto voglia. Quella sera aumentavo la consapevolezza della bellezza delle pause che comunque avevo già scoperto in altre precedenti occasioni con altri tanghéri.

Terminata la pausa silenziosa c’è poi un altro silenzio importantissimo che spesso noto non essere rispettato. E adesso questo sarà uno sfogo per tutte le tanghére che come me sono rimaste in silenzio troppo a lungo non per rispetto delle pause ma per eccessiva gentilezza nei confronti degli uomini che ci troviamo di fronte! Ciò che state per leggere è accaduto a me e tante altre donne. Mi accade spesso di ballare con tanghéri alle prime armi come me che, tuttavia, chissà per quale strana legge della natura, si sentono tanghéri navigati. Ebbene, aprite bene le orecchie mie cari tanghéri: quando si balla, si balla! Non si fa la lezione! Se la vostra partner non riesce a fare un passo che voi avete in mente non dovreste continuare a provare a farlo. Sono due le cose: o la vostra partner non capisce cosa vogliate farle fare o non vuole farlo! Non dovreste essere portati a pensare che tutto dipenda dall’incapacità della donna che vi trovate di fronte. Potrebbe invece dipendere dalla vostra incapacità di saperle trasmettere ciò che vorreste fare! Siamo donne non indovine: il dono di leggere nel pensiero ancora non lo abbiamo ricevuto! E se non capiamo che avreste voluto fare quel passo piuttosto che un altro non fermatevi nel bel mezzo della milonga per spiegarci che avreste voluto fare quel passo e per spiegarci come mettere il piede o come mettere la schiena. Quando si balla in milonga non si fa lezione! E ricordatevi che, anche se non ve lo facciamo notare, tutte noi, almeno una volta, abbiamo ballato con bravi tanghéri che ci hanno fatto fare cose che mai, neanche noi, ci saremmo immaginate di saper fare! Se ho sopportato a lungo in silenzio, nelle ultime settimane mi è capitato di rompere questo tabù perché sapevo che non stava capitando solo a me ma anche a tante altre donne. A chi si è bloccato nel bel mezzo di una tanda, mentre attorno a noi scivolavano tante altre coppie, e si è messo a spiegare come avrei dovuto posizionare il mio piedino, io ho risposto con fredda gentilezza: “Non accetto lezioni tecniche in milonga: se vuoi ballare, ballo. Ma se vuoi fermarti qui a spiegare senza che io te lo abbia chiesto e senza che tu sia il mio insegnante me ne vado subito!”. È stato liberatorio e divertentissimo. In un batter d’occhio avevo capovolto la situazione: non ero più io quella imbarazzata perché non aveva saputo fare quel passo. Il tizio si è scusato imbarazzatissimo e ha continuato a ballare fino alla fine della tanda. E mi ha anche chiesto scusa più volte mentre mi riaccompagnava al lato della sala da dove mi aveva invitata a ballare. Inutile dire che la scena si è ripetuta altre volte. E che una volta raccontato ad altre donne anche queste hanno iniziato a metter in pratica la strategia: “Se vuoi ballare balla: e trasmettimi ciò che vuoi fare senza dovermelo spiegare a voce!” E, miei cari tanghéri, se non riuscite a trasmetterlo: non ostinatevi a cercare di trasmetterlo. Come già scritto prima: potrebbe non essere il momento giusto per la donna che vi trovate di fronte!

Quanta pazienza che dobbiamo avere anche noi donne! E i sorrisi… quelli non dovrebbero mancare mai. Ma questo post si è fatto troppo lungo e preferisco parlarvi della pazienza e del sorriso di una donna nel prossimo post. Sarà un post dedicato a tutte le donne che si lamentano di trascorrere intere serate ad annoiarsi al tavolo di una milonga senza che nessuno le inviti a ballare.

Per ora voglio lasciarvi con una frase che qualche giorno fa ho appuntato sul mio diario virtuale mentre riguardavo dei video dei Gotan Project su youtube:

“Non molto tempo fa guardavo ai passi di questo video come a un linguaggio astruso che oggi so leggere nel mio cuore, scrivere sul pavimento e parlare con il mio partner”

Non è sempre facile e appagante comunicare attraverso questo linguaggio. Ma oggi so che è possibile.

La Luchadora

Written by Luchadora in: Varie | Tag:
Dic
22
2010
--

Frammenti di una prima milonga

Andare a ballare fuori in milonga è importante, fa crescere, fa divertire, fa imparare meglio. Quando un principiante esce a ballare e conosce la milonga per la prima volta accadono mille cose divertenti e commoventi, specialmente se è in gruppo con i suoi amici, principianti come lui e non. Ne nasce una bella serata che molti ricorderanno come il loro battesimo milonguero.
GROUCHO, è il nome di battaglia che si è scelto uno di loro, sull’onda dell’entusiasmo della serata ha scritto il pezzo che leggete, bello, commovente che merita di essere letto e ricordato.
Ebbene vi presento Groucho, buona lettura.

La Redazione


Attentamente guardo le luci, ascolto i suoni contemplo la giostra dei danzatori che scorre davanti ai miei occhi. Guardo, e dentro di me si compongono ricordi e suggestioni diversissime. Penso al ballo e mi tornano in mente alcune scene di romanzi i film che ho molto amato, dove il ballo è una parte cruciale della narrazione, il punto focale dove si somma l’essere e l’apparire, il vedere e l’essere visti, dove i personaggi nel ballo scoprono una parte di sé, percepiscono i propri sentimenti profondi, ne hanno timore e al tempo stesso ne sono irresistibilmente attratti.
Osservo ancora. Altre suggestioni. Questa volta sono le sale da ballo di Renoir, le scene di danza di Degas, con le loro luci, le sfumature che ricostruiscono i suoni. Osservo quegli specchi alle pareti che rimandano ciò che avviene sul parquet. Lo specchio, l’infedele testimone di ciò che siamo, l’immagine di noi riproiettata in cui spesso non ci riconosciamo, a sua volta diversa da quella che di noi ha chi ci osserva.
Osservo, osservo, osservo e improvvisamente vengo invitato a ballare. In quel frammento di tempo tra l’alzarmi e l’abbraccio c’è velocità e sospensione, la velocità consueta di un’azione semplice e la sospensione di un tempo che sarà scandito da un tango. Tutto svanisce, la tensione è così forte che le gambe mi tremano, letteralmente. Mi tremano ma vanno, per mia fortuna, da sole e un po’ incespicando a scandire il mio primo passo in una milonga (e, per inciso, ringrazio la meravigliosa pazienza della mia prima, in assoluto, compagna di ballo).
La sala gira, la sala, non io, perché io non so assolutamente cosa sto facendo, e credo si percepisca bene nel mio sguardo. Mi rendo conto di non ricordare neppure un passo al di là della base, e se mi avessero chiesto, in quel momento, cosa stavo facendo probabilmente non avrei saputo dirlo neppure.
E il tango va e io anche. Lentamente mi accorgo, capisco, che sono io a guidare (evidentemente) e lo “specchio” gentile rimanda i miei passi, indecisioni, esitazioni e paure. Il tango finisce e, quasi stordito, ritorno al tavolo.
È stato bellissimo, unico, come tutte le prime volte. Ma qui c’era una differenza, enorme, io non ero da solo. Le prime volte di molte delle cose che mi sono avventurato a fare sono state tutte da solo: la prima volta che parli in pubblico, che sali su un palco a recitare o che ti schieri col coro per cantare. Ma qui è diverso, non ballo da solo, “l’altro” è il tuo specchio che stringi e ti restituisce le tue sensazioni, e al quale al tempo stesso comunichi le tue, in teoria, perché non credo proprio di riuscire, nel mio primo tango, a percepire questo livello di sensazioni. Troppo teso.
La sala intorno a me continua a girare la sua giostra mentre io ritorno a sedermi.
Altri tanghi, e riesco, abbastanza, ad ammaestrare la mia tensione, fino a quando non viene IL MOMENTO. Ballo con lei, la mia compagna, la mia compagna di vita. È la nostra prima volta, in assoluto. Mai ballato assieme (perché le lezioni non contano in questo caso). Ormai le gambe non mi tremano più e mi sento più sicuro. Ma l’emozione è fortissima, lo percepisco nella fatica che faccio a guidarla. Stiamo ballando il nostro primo tango. E la sala scompare, letteralmente scompare nei suoi occhi che divengono l’orizzonte dove ondeggio. Siamo nel tango.

Groucho

Written by admin in: Varie | Tag:, ,
Dic
20
2010
--

Escamillo e adesso baciami come sai fare tu

I Diari di Escamillo #6

L’ho vista di nuovo, “adesso baciami come sai fare tu”.
Non quella vera, quella abbandonata, ma la mia, quella con cui avevo ballato, intendo dire quella con il ragazzo che ha difficoltà a passare sotto le porte.
Adesso avete capito.
Era di nuovo in milonga, mi faceva gli occhioni, una mirada molto insistente, direi, se proprio volete essere “tecnici”.
Ma a me piace di più dire che mi faceva gli occhioni, con sbattito di ciglia e quant’altro.
Credo sospetti che io sia il redattore di questi diari: Escamillo !

Per servirvi, cari lettori, con le ultime riflessioni tanguere pre natalizie.
“Adesso baciami come sai fare tu” deve aver letto il diario e poi ha fatto 2 + 2.
Per questo, dopo la prima tanda e una raffica di domande indiscrete, ho finito per piantarla in asso.
Ad un certo punto per mascherare ancora la mia identità le ho detto : “Ma no ! Dai, a chissà quanti altri poi ti sei rivenduta questa battuta, non sono io Escamillo !!”
Il suo sguardo perplesso l’ha tradita, ce l’aveva scritto in faccia che se l’era rivenduta di nuovo la storia “adesso baciami come sai fare tu !”, che io, a mia volta avevo riciclato da quella vera.
Ah ah infingarda ! E adesso, se leggi questo, ne hai la certezza ! Sai chi sono ma non puoi dirlo.
Magari anche il tuo lui legge i diari !

Grazie, ci ballo bene con te, sei carina, ma vai bene solo per fare qualche impiccio.
E, purtroppo, di impicci, ce ne ho già troppi, per cui non se fa niente.

Sapete, torniamo al tango, sono tanti i motivi che mi hanno avvicinato al tango, uno sicuramente è stato la sensazione di aver trovato qualcosa di “vero” e di genuino.
In queste atmosfere cariche di forti sensazioni, passioni, sentimenti, si ha il sentore di essere appagati da qualcosa di genuino.
La mia donna ideale è così: vera, genuina, capace di forti passioni.
Merce rara, vorrei tanto incontrare qualcuna che mi sorprenda, che sia lei e che non cerchi di essere qualcos’altro. Senza paura, sicura, sincera.
Non ne posso più di relazioni impicciate.
Il tango lo vivo così, sul piatto si mette tutto e subito, chi non lo fa perde tempo, e ho visto che dopo un po’, spaventato, abbandona.
C’è però solo una cosa che spaventa me: tutto dura troppo poco, massimo tre minuti.
E’ questo il prezzo da pagare, mi chiedo ? Si può avere tutto ma solo per un periodo brevissimo ?

Raramente ho ballato una tanda intera con la stessa passione che capita nello spazio di in un brano; si capita, non voglio dire di no, raramente, ma capita.
Sbaglio a paragonare il ballo a quello che potrebbe/dovrebbe essere anche una relazione di altro tipo ?
Ho letto il commento “il tango non è liquido” al diario della Luchadora n°7, lo trovo interessante anche se non condivido tutto.

Cara Luchadora probabilmente noi tangueri neofiti, passiamo tutti, prima o poi, nella stessa sequenza di errori o casualità che altri hanno vissuto prima di noi: blocchi, confusioni e paragoni non opportuni tra ballo e relazioni di altro tipo.
Trovo interessante anche la tua osservazione: “…ma se la vita è una milonga… è vero che è necessario avere bravi maestri di vita…ma a cui ispirarsi…il resto viene da sè…devi solo buttarti in milonga!
…Scegli una scuola e poi che…e sia solo la milonga! Meglio se “popolare”!”

Anche qui torni a fare paragoni - forse non opportuni ? che non calzano? - tra il ballo e la vita.
Il ballo è come la vita ? non rischiamo di perdere di vista qualcosa ?
Non vi è capitato mai di vedere i vostri amici tangueri oramai drogati e presi solo dal ballo, che hanno dimenticato, o sostituito, gli altri loro interessi, solo con il tango, e poi vederli infine saturi che esplodono e dicono: ” Ah basta io nella vita faccio anche altre cose, questa attività mi ha preso troppo tempo, smetto”.
Cos’è questo ? incapacità di gestire il proprio tempo, di discernere il giusto peso nelle cose ?
Oppure è un sintomo di crisi, debolezza, se un’attività come il tango ha tutto questo potere, mi chiedo, è l’attività che è potente di suo o noi che siamo deboli, incapaci, non pronti a gestirla ?

Sto imparando delle cose, e non parlo della musica, dei passi. Sto imparando che il tango è “una cura” per molti mali dell’animo, che è una cura dura, e che molti ne vengono anche schiacciati.
Sto imparando cose che non avrei immaginato si celassero dietro a questa avventura.
Che in superficie, anche nel tango abbiamo uno spaccato di quello che ci offre la nostra società, e c’è tutto: ci sono i “tanga” come scrive la luchadora, i tacchi, le calze, le gonne lunghe e corte, le scarpe e le suole; c’è chi le lecca e chi le usa per ballare, ci sono gli uomini soli, le donne sole, le coppie e gli scoppiati.
La rabbia dei disoccupati, e poi l’ignoranza profusa da chi vede solo l’ennesimo affare commerciale e la massificazione che a volte appiattisce tutto.
E poi e poi…

E bravo Escamillo, e poi che ti aspettavi invece, il paese delle meraviglie ?

Imparo che sotto la superficie il tango richiede dedizione, passione, studio, anni, e forse una vita non basta. Mi spavento, poi penso, però meglio così, un gioco che non finisce presto, finchè non mi annoio.
Un gioco nuovo che insegna cosa vecchie, le cose della vita.

La vità è una milonga…. ma nella vita ci sono le milonghe, fanno parte della vita, forse ne sono uno specchio, e nelle milonghe c’è vita.
Si incontrano maestri di vita, maestri di milonga, maestri di tango.
Se sei fortunato, altrimenti si incontrano tutti quei personaggi che si incontrano anche fuori, e che magari non vorresti incontrare.

La Luchadora scrive che non vuole ballare da sola, che non vuole vivere da sola, nemmeno io sapete.
Mentre cerchiamo di ballare insieme al resto del circo, a sorpresa, ogni tanto esce il nano, poi il clown, poi l’acrobata….

Il tango, entità affascinante che unisce tutti in un calderone, dove ciascuno cerca qualcosa di diverso.
Tu che mi leggi cosa cerchi ?

Quando due anime che cercano la stessa cosa si incontrano forse nasce qualcosa di nuovo.
La mia idea è che anzitutto bisognerebbe cercare il tango, capire un po’ meglio di cosa si tratta.
Magari poi capisco anche un po’ meglio questa vita.

Luchadora, pensi davvero che la vita è una milonga ? Io non so, forse no.
Forse in un bacio, quello giusto, è la vita. En un beso la vida, è un bel tango no ?
“e adesso baciami…dai..come sai fare tu”.

Escamillo



Written by admin in: Cultura, Varie | Tag:, ,

Powered by WordPress | Aeros Theme | TheBuckmaker.com WordPress Themes