Dic
10
2010
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Roma in una fredda notte d’inverno senza luna

I diari della Luchadora #8

I miei passi corrono veloci. Poi si fermano. Ma solo un istante.

“Un’inquietante mirada”.

Dov’è quell’abbraccio? Quell’abbraccio non c’è più.

Quell’abbraccio.

Eppure potrebbe essere tutto così facile…

Basterebbe solo quell’abbraccio.

È la nostalgia di quell’abbraccio. Un abbraccio in cui forse non sarò mai più avvolta.

Combatto tutti i giorni. Dalla mattina alla sera.

Ma questa sera deciderò di arrendermi.

Stavolta non combatterò.

Voglio solo essere cullata dalla nostalgia di quell’abbraccio.

La nostalgia di quell’abbraccio ha avuto la meglio su di me.

È una notte senza luna.

È una fredda notte d’inverno.

Lascio la milonga avvolta solo dal mio lungo cappotto di panno scuro.

Stretta nel mio petto c’è la nostalgia di un ricordo sospeso in un’occasione perduta.

Stretta nel mio petto c’è la nostalgia di un tango non ballato.

Attraverso Roma nel silenzio.

È una fredda notte d’inverno.

È una notte senza luna.

È una fredda notte d’inverno e a ricordarmelo c’è una lacrima calda che scivola giù verso la bocca.

Ciò che è stato. Ciò che sarebbe potuto essere. Ciò che non sarà.

Sono stanca di significativi non-senso insignificanti.

Sono stanca di significativi non-senso insignificanti, perché amo la vita.

Sono stanca di significativi non-senso insignificanti, perché amo la milonga.

È una fredda notte d’inverno e a ricordarmelo c’è una lacrima calda che scivola giù verso la bocca.

Sarà tempo di riaddormentarsi.

Forse nei sogni la nostalgia di quell’abbraccio sarà più dolce.

Forse nei sogni la nostalgia di quell’abbraccio sarà meno pungente del freddo di questa notte senza luna.

È tempo di dormire e di superare questa notte senza luna.

Domani un’altra battaglia ricomincerà. L’ennesima battaglia.

Chiudo gli occhi sapendo che comunque la luna tornerà a svelarsi.

Chiudo gli occhi sapendo che comunque l’abbraccio del tango tornerà a scaldarmi.

La Luchadora

Written by Luchadora in: Varie |
Dic
06
2010
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Guida per il Tanguero Neofita parte due

I Diari di Escamillo #5
Guida per il Tanguero Neofita - parte due

Basta, cammino da quasi tre mesi e non ne posso più.

Frequento tre scuole, sto per lasciarne una di sicuro, e le altre due sono in forse pure loro.
In una mi fanno camminare da tre mesi e non si fa niente altro, nella seconda invece non si cammina, ma senza criterio di nessuna tecnica, facciamo perlopiù cose improbabili che chiamano “tango nuevo”, nell’ultima invece si fa un po’ di tutto.
In nessuna di queste mi insegnano nè la milonga nè si parla di tangovalz, nè di musica o di altro.

Ho scelto queste tre scuole, come descritto nel mio diario numero due, secondo certi criteri, ora mi rendo conto che sono stati disonesti nei miei confronti.
In questo diario aggiorno la mia lista dei criteri per il tanguero neofita, nella speranza di salvare qualcun’altro dai miei stessi errori.

Nel mio secondo diario mi ponevo diverse questioni, e una era se insegnare tango argentino era alla portata di tutti, visto che molti si sentivano in grado di darmi lezioni.
Insegnare Tango argentino non è alla portata di tutti. Ci provano in molti ma non ci riescono tutti.
Me ne comincio a rendere conto a mie spese.

Eh già proprio a mie spese, pago tre mensili in tre posti diversi, con tre stili diversi, e ho fatto così proprio per avere una preparazione più completa.
Ora mi dico da solo che sono stato stato stupido, e che della mia stupidità se ne sono approfittati.
Ebbene dicevo, cammino da tre mesi, mi dicono che camminare è fondamentale nel tango, ma poi ?

Non si può mica passare l’intero anno a camminare ! Mi pare che questo l’ho già imparato.
Non si va avanti e mi sento preso in giro, o comunque mi sembra che gli insegnanti allunghino di proposito il brodo per dilungarsi. Quale è il problema ?

Dall’altra parte invece non si fa altro che parlare di tango nuevo e di passi improbabili che ho provato a replicare in milonga e che nessuno capisce, mi riescono solo con le persone dello stesso corso.
Anche qui c’è qualcosa che non va, no ?
Poi parlando con alcuni amici vengo a sapere che è meglio non iniziare con il tango nuevo da principianti, che è uno stile recente, che è meglio prima imparare a ballare dalle basi.
Ma che c’entra?  Non dovrebbero essere comunque gli insegnanti che ti insegnano le basi ? O comunque dirtelo che non è il caso che tu inizi uno stile che richiede basi che loro non ti danno ? Perchè fanno così? Di nuovo mi sento preso in giro.

Si, non me lo dite, ci sono arrivato da solo, quello che non va potrei essere io, l’ho preso in considerazione, MA, allora anche tutti gli altri colleghi di corso hanno qualcosa che non va visto che si trovano più o meno nella mia stessa situazione.
Ripeto: basta, mi sono stancato, inoltre, come dicevo mi hanno anche mentito.

Avevo chiesto se si imparava anche la milonga e il tangovalz, mi dicono di si poi non se ne parla mai.
Ora mi rendo conto che non si impara perchè non la sanno insegnare o ballare nemmeno loro, oppure perchè intendono farne lezioni a pagamento separate.
Non mi pare corretto.

Di musica non si parla mai, non capisco e non mi spiegano i tempi, il ritmo, le orchestre, le differenze, niente ! Non capisco quando devo iniziare e come. E non si parla mai di milonga, codice, regole e storia.
Devo fare tutto da solo, cercarmi le informazioni in rete e quando ho qualche dubbio nessuno mi sa spiegare, oppure si inventano cose. La mirada, figuratevi, l’ho imparata dal diario della Luchadora, e che ne sapevo io.
E’ questo un insegnante ?

Mi dispiace iniziare a constatare che perdo tempo e soldi.
Qualcosa ho imparato, ma non come e quanto mi aspettavo.
Cosa per me più grave è che non si propone mai di andare a ballare fuori in milonga, io ci vado per conto mio, ed è forse per questo che ho imparato qualcosa in più degli altri.

Mi rendo conto che il tango argentino non si impara in tre mesi, ma qui oramai il buongiorno si è visto e non mi è piaciuto, non mollo, ma non soddisfatto lascio questi corsi e cambio.
Mi dispiace per gli amici che lascio, ma, se si svegliano, li ritroverò in milonga.

Che fare ? Sicuramente inizio lasciando una scuola, anzi forse due.
Poi ne cercherò altre stando più attento, intanto aggiorno e allungo la mia lista delle cose da controllare quando ci si iscrive.

Vorrei trovarne una sola alla fine, ma decente.

Segnalo per dovere, onestà e trasparenza che la redazione del blog non mi ha mai segnalato corsi e che io ho scelto per correttezza di non seguirne alcuno eventualmente segnalato da loro finchè scriverò i miei diari.
Questi diari intendono essere la condivisione di una esperienza che torni utile a qualcuno, non la pubblicità occulta o la denigrazione di qualche scuola. Così in queste mie critiche ho scelto di non fare i nomi di quelle che frequento.

Escamillo sei stato ingenuo ?
Non so, io do fiducia a tutti, poi quando è male riposta me la riprendo.
Sono impaziente ? Forse si, ma nella situazione attuale è evidente che non sono contento dei risultati.

Decalogo dei criteri di Escamillo per la scelta della scuola.

Cose da chiedere:
Voi chi siete ?
Da quanto tempo ballate ?
Da quanto tempo insegnate ?
che metodo usate ?
Vi esibite pubblicamente ?
Avete un curriculum ?
Un sito web ?
Fate stage ?
Fate attività culturali collaterali ?
Uscite in milonga ?
Insegnate anche la milonga e il tangovalz ?
Si parla anche di musica a lezione ?
Il tango che si impara da voi poi lo si può ballare con chiunque ?

Sembra dunque che per Escamillo anche le scuole siano un’arena, purtroppo.

Escamillo


Written by admin in: Cultura, Lezioni | Tag:, ,
Dic
02
2010
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Harry Potter e il Tango Argentino

I Diari di Escamillo #4

Stavolta è iniziata con Harry Potter.
Harry Potter ? Ma che c’entra con il tango argentino ?

Ho visto l’ultimo film, la prima parte dell’episodio finale, mi pare peggiorato, sembra un horror.

Mentre lo vedevo ero perplesso e pensavo:
E’ la storia di uno sfigato, ed inoltre è pure raccomandato.
Non ha grandi capacità, non è brillante nè intelligente, e ogni volta che si trova in difficoltà ne esce fuori perchè è raccomandato e lo salva qualcuno/qualcosa.

I suoi amici sono degli sfigati, passano gli anni e ripetono sempre gli stessi errori, non crescono e non imparano niente.

Lui si fidanza con la ragazza sbagliata e tutto va sempre storto.

Sembra il ritratto impietoso di molte delle mie generazioni coetanee.

Poi, mentre pensavo queste cose, ecco che, nel mezzo della tristezza del film, Harry si riscatta:
la radio suona canzonette, lui si alza prende la ragazza, Ermione, e la invita a ballare.

Nella mia testa al posto della canzonetta ci avevo sostituito un tango, e i movimenti scomposti e goffi li avevo cambiati con quelli più eleganti di un ballerino capace.
Lo incitavo: vai Harry Potter riscattati ! Nella miseria nella quale ti trovi balla per due minuti e facci sognare.

Il ballo come forma di riscatto sociale, il ballo come momento luminoso che ti porta via dai momenti tristi.
Perfino quello sfigato di Harry Potter si salva ballando.
E’ La magia più grande del film, lui si alza e balla, o quantomeno ci prova, e fa tornare di buon umore sia la ragazza che lui stesso.

La musica ha un potere magico concludo, e il ballo è un catalizzatore di emozioni.
E questo accade anche se sei goffo, se non ti muovi bene.
Accade se lo senti, se non fai, ma sei.

Forte di queste riflessioni sono uscito in milonga in cerca di ragazze sulle quali praticare i miei sortilegi.

Ero dunque in una milonga nella quale, durante la serata, si esibivano anche dei ballerini, ma il pezzo forte della serata, per me, non sono stati loro.

Passavo il tempo distratto e ripensavo ad Harry Potter che ballava, quando, ad un certo punto, non volendo, ascolto i sussurri di due figure abbracciate.
La voce di lei diceva languida e triste: “..e adesso baciami..dai..come sai fare tu.”

Lui non parlava, la stringeva, la abbracciava, ma non la baciava.
Sembrava proprio una scena di addio, era una scena di addio.
C’era la musica che andava, la pista era li, si poteva ballare, tutti gli ingredienti magici erano disponibili, eppure per lui la melanconia della scena non poteva essere vinta neppure dal ballo.

Baciala ! dai portala a ballare, pensavo, se ti lasci, almeno la consegni alla magia della musica.
Niente, i due restavano abbracciati, immobili, e lei si sporgeva verso di lui pronta per un bacio.

A me queste scene fanno stringere il cuore, poi la musica di tango peggiorava la situazione, era troppo per poter essere sopportata, occorreva fuggire, girarsi, tornare indietro, uscire fuori da questo vicolo buio, tornare alla luce del ballo.

Così mi giro, cabeceo e mirada insistente verso una ragazza con la quale avevo già fatto una tanda.
SALVAMI AIUTO i miei occhi gridano.
E lei capisce, intuito femminile, io vado e mi ritrovo abbracciato a lei.

Ballo concentrato ma in sintonia, ballo bene, sento che siamo una cosa sola, è come se anche lei fosse stata presente alla scena, come se anche lei volesse fuggire da quell’addio e rifugiarsi in questo abbraccio disperato.

Incedo senza incertezze, i miei passi sono sicuri e dentro di me il ritmo cresce in sintonia con la musica, questo tango è mio, questa tanda è mia, penso, e poi un’altra e un’altra ancora, stringo la mia ballerina di più e lei si lascia portare a questo abbraccio più intimo, a contatto chiuso, fa caldo ma è piacevole, sudiamo ma non ce ne importa, respiriamo insieme e ci piace, incalziamo un tango dopo l’altro senza fermarci.

Non so quante cortine abbiamo ignorato, esausto mi fermo, ma ancora la stringo a me; non so quanto tempo siamo rimasti così.
Mi giro, di nuovo, e con gli occhi cerco la coppia che si stava salutando, che si lasciava, come se avessi ballato per loro, per lei, per lui, per il momento vissuto.
Non ci sono più.

Piego la testa da un lato, poi in basso, sento gli occhi lucidi.
Lei mi guarda e io di rimando mi specchio nei suoi occhi, e capisce che è successo qualcosa, mi sorride, e a me viene in mente di dirle:
” ehi ma lo sai chi è Escamillo ? Sono io !”

Eppoi succede che glielo dico, sul serio, ma non così, non in quel modo, la guardo, cerco di sorriderle a mia volta, ma non la vedo, quando le dico:
“..e adesso baciami…baciami come sai fare tu”.

ATTENZIONE
Caro lettore il diario era stato scritto per terminare qui, con questo finale.
Una storia vera, bella e romantica.
Se, invece, sei curioso, desideri sapere come finisce, procedi in basso, altrimenti fermati e preserva il tuo spirito sognatore, salva il tuo romanticismo e adattagli il finale che ti immagini o che più ti piace mentre ascolti questo bellissimo tango: Malaunta.



“..e adesso baciami…come sai fare tu”.
Lei mi sorprende dicendomi ” No, baciami tu, come sai fare tu !”
Così si sporge un poco, la bacio e penso:
“Era ora, finalmente ho trovato una sveglia !”

E poi mi sorprende ancora, quando mi dice:
“Ora scusami, ma devo tornare dal mio ragazzo…sai l’ho mollato qui in giro da qualche parte ed è parecchio che sono via, non lo vedo più…ciao eh”.
Si gira e se ne va.

Io rimango pietrificato, poi ci rido su e mi dico:
“D’altra parte Escamillo che altro poteva trovare se non di nuovo un’arena e storie di corna ? Quanto meno questa volta non sono le mie.”
Bilancio: Magia della musica + una pietrificazione non prevista; Harry Potter ce la puoi fare.

Amici, quando entro in milonga è sempre il IV° Atto della Carmen:

È il giorno della corrida.
La folla attende Escamillo, che entra trionfante nell’arena, ma sempre a testa alta.

Escamillo


Written by admin in: Cultura, Varie | Tag:,
Nov
28
2010
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Il passo e la rosa

I diari della Luchadora #7

Ci sono momenti nella vita in cui ovunque ti trovi, in ufficio, per strada, sull’autobus, senti che l’unica cosa di cui tu abbia bisogno in realtà sia un abbraccio sicuro che ti trasporti nell’oblio di un tango. Un tango senza aspettative. Un tango senza pretese. Solo per il bisogno di sentire di esserci. Solo per il bisogno di sentire la vita.

Poi ti trovi in milonga. Qui hai la possibilità di appagare quel sentimento triste che si balla. E, invece, non ci riesci. È come se di colpo perdessi le parole che avevi conservato con cura per quel momento tanto atteso. È come se di colpo non ricordassi più i passi che hai imparato con tanta pazienza. Nessuno ti invita a ballare. O, se ti invitano a ballare, non riesci a esprimere ciò che senti. Perché spesso vorremmo dire delle cose e, invece, non riusciamo a dire neanche una parola? Perché spesso vorremmo ballare in un certo modo e, invece, non riusciamo a fare neanche un passo?

Non so se sia una cosa normale per chi inizia a ballare il tango. Ma c’è un momento in cui si sconfigge la paura del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è un momento in cui si apprezza la bellezza del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è, poi, un momento in cui ci si piace dall’interno del microcosmo dell’abbraccio a due che si crea di volta in volta. Ed è come se ci si riuscisse a guardare dall’esterno e a compiacersi di quanto si sta facendo insieme. E poi c’è la fase del blocco. È normale avere la fase del blocco?

Ieri sera ero nella ormai famosa milonga dell’Eur. A proposito: bellissima, a conferma che il post di qualche settimana fa non era contro gli organizzatori! A dire il vero però, anche ieri sera qualche donna non ci ha risparmiati dai siparietti imbarazzanti… ma voglio spezzare una lancia in favore degli organizzatori: al momento dei “siparietti” ho guardato subito la faccia degli organizzatori stessi: imbarazzati anche loro…per fortuna! Dicevo… ieri sera ho chiesto alla mia esperta amica tanghéra G., se sia normale passare quella che chiamo “la fase del blocco”. G. mi ha detto che sta capitando anche a lei. Ma non ho fatto in tempo a spiegarle ciò che sento che G. ha iniziato a parlarmi del “suo” blocco. Un blocco che lei suppone essere di natura “psicologica e interiore, dettato comunque da un fattore esterno”. “Il fattore esterno” di G. è un ragazzo che ha incontrato in milonga. Lo abbiamo visto tutti che tra lei e il ragazzo è scattato subito qualcosa. “Qualcosa di fisico più che mentale” dice G.. Un’affinità che si traduce in un bellissimo tango anche solo da guardare. Ieri sera G. incontra quel ragazzo in milonga. È una serata speciale: è presente tutto il mondo del tango romano. L’occasione è un evento importante: due bravissimi ballerini argentini si esibiscono in pubblico. Prima dell’esibizione G. va a prendersi una cosa da bere al bar della milonga. Mentre si avvicina al bar, nella folla, ecco gli occhi di quel ragazzo incrociarsi con i suoi. Si salutano. Ma quel saluto è veloce e un po’ freddo. “È strano” dice G. “perché solitamente quando ci incontriamo lui è molto più espansivo e solitamente mi invita a ballare. O comunque almeno due parole ce le scambiamo. E poi, se non subito, ma comunque balliamo”. E, invece, quel ragazzo non inviterà G. a ballare. Chissà cosa scatta nella testa di G. che passerà tutta la serata ad accettare inviti da qualunque tanghéro. Lui si avvicina più volte a dove G. è seduta. Eppure non parleranno. O, meglio, parleranno a distanza ravvicinata, quasi schiena a schiena, ma rispettivamente con altre persone. G. avverte tristezza nel suo cuore. Cerca di scacciarla nell’abbraccio con altre persone. Eppure non ci riesce. E non solo non riesce a scacciarla. Non riesce neanche ad attenuarla. Mentre balla con altre persone cerca lo sguardo di quel ragazzo nella milonga. G. ha lo sguardo perso e assente. Tra una tanda e l’altra viene da me e mi dice che non sa proprio cosa le stia capitando. Cerca di concentrarsi, eppure non ci riesce. E allora sbaglia i suoi passi che fino al giorno prima la facevano volare sui suoi tacchi alti. Poi di colpo vede quel ragazzo abbracciato a un’altra ragazza. Ballano. Secondo G. nell’abbraccio dei due c’è la stessa passione che G. normalmente sente quando ballano insieme. Allora li guardo anche io. Effettivamente è innegabile. G. ha ragione. Il ragazzo mette la stessa passione anche con le altre. Però, ogni tanto, la guarda da lontano. G. si sfoga: “Non so spiegarmi cosa mi stia prendendo. È qualcosa di irrazionale: avverto dolore, delusione, rabbia! Quasi mi verrebbe da andare lì e dargli uno schiaffo in faccia! Ma perché? È assurdo!” Osservo il suo viso infuocarsi. La convinco a uscir fuori a fumare una sigaretta. “Il freddo – penso – la aiuterà a raffreddare i bollenti spiriti. “Perché – continua a ripetersi G. – dovrei provare gelosia per qualcuno che conosco appena?” Non so che risponderle e lei continua: “Quando l’ho visto abbracciato ad altre ho sentito il mio cuore lacerarsi”. G. è sopraffatta da un sentimento inaspettatamente nuovo. “È questa la gelosia? È giusto provare gelosia nel tango?”. Non so veramente cosa risponderle. Mi viene quasi da ridere pensando che inizialmente la domanda gliel’avevo fatta io pensando che, essendo G. una tanghéra più navigata, potesse avere più risposte di quante lei in quel momento ne stia chiedendo a me. Io, che nei sentimenti sono un disastro, e ora bloccata pure nel tango!

Ma è stato a quel punto che anche io mi sono chiesta se sia giusto provare gelosia nel tango. Se sia “normale”. E stamattina mi sono svegliata, ancora una volta, con in testa la canzone di Vinicio Capossela “Con una rosa”.

Spesso sento dire dalle coppie di tanghéri, che sono coppie anche nella vita reale, che quando vedono il proprio partner abbracciato ad altre persone provano ammirazione, piacere, tenerezza, felicità. Ma allora mi chiedo: cosa c’è da essere felici nel vedere la propria o il proprio partner in un intimo abbraccio con sconosciuti? Sia chiaro: l’abbraccio del tango cambia da persona a persona. Ma se ci si trova di fronte a un abbraccio inequivocabilmente passionale non è più normale provare dolore, delusione, rabbia? E poi: può esistere la gelosia nei confronti di una persona che neanche si conosce al di fuori di una milonga? Ha, dunque, ragione G.?

P.s.

Ho rivisto il tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino. Non riesco più a distinguere la follia dalla normalità. Perché il vero è percepito come follia verbalizzata mentre il falso diventa normalità non detta? Mi verrebbe quasi da dire: “Evviva il folle che ha il coraggio di dire ciò che pensa in faccia! Evviva il folle che ha il coraggio di sussurrare all’orecchio ciò che sente!”. E, allora, forse non sarà che è la verità, e non la follia, a far paura? Certamente, per ora, posso immaginare che i sentimenti di G. siano veri e mi fanno paura. Forse i sentimenti di G. sono un mistero che io ancora non ho conosciuto. Sono un mistero che io, certamente, non abito. E in cui, forse, non vorrò mai abitare. Neanche se mi venisse a cercare con una rosa. Perché, con la fortuna che ho, sarebbe piena di spine!

La Luchadora

Written by Luchadora in: Varie | Tag:, , , , , , , ,
Nov
19
2010
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Siamo ciò che diciamo o siamo ciò che balliamo?

I diari della Luchadora #6

Parlare o non parlare: questo è il problema?

Con la salsa si rimorchia, con il tango no! “Per carità! Non si deve!” Ma chi ha stabilito quelli che inizio ad avvertire come fastidiosi cliché imposti? Se la vita è una milonga, nella milonga va in scena la vita in tutte le sue sfaccettature. Amore, odio, amicizia, passione, sofferenza, fastidio, follia, gioco e – perché no? – sonnolenza!

Poco tempo fa entro in una milonga “popolare”: mio dio, che belle le milonghe popolari! Lo scrivo senza specifico interesse perché non le organizzo certamente io. E anche se lo facessi, per il prezzo minimo che a volte si deve pagare (non sempre perché spesso – evviva-visto-che-c’è-la-crisi! – sono gratuite) non diventerei certamente ricca sul piano economico… al massimo ricca sul piano personale… dicevo… poco tempo fa entro in una milonga popolare nella periferia urbana di Roma. È tardi e, come al solito, visto che sono umana e faccio parte della generazione dei trentenni sfruttati per poche centinaia di euro al mese (il mese che mi sento una “sfruttata fortunata” perché mi chiamano per lavorare!), sono stanca. Ma sono quasi sicura che in un ambiente accogliente e semplice mi sentirò coccolata almeno da un dolce tango. Non faccio in tempo a entrare e a togliermi il soprabito che un giovane uomo, forse un po’ brillo, viene verso di me a braccia aperte e mi accoglie con un: “Benvenuta: sentiti come a casa tua!”. “Grazie!” gli rispondo un po’ allibita ma divertita. Chi sarà mai? È carino. E sembra pure un po’ matto. Certamente non rigido e impostato. Nuovamente evviva! Ebbene, sistemo le mie cose in un angolo. Tiro fuori dalla borsa le mie scarpe. Mentre le indosso osservo come siano diventate vecchie in poco tempo: però le trovo belle proprio perché usate… vissute. Poi penso: “Niente scuse: dovrò presto comprarne un altro paio perché queste stanno per abbandonarmi!” Mi allaccio le scarpe. E il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto urta contro il mio ginocchio mentre ad alta voce dice ad un’altra persona: “Basta sesso!”. Si accorge di essermi venuto addosso e subito si gira: con un semplice sguardo è come se chiedesse scusa. Alzo leggermente le mie spalle come a dire: “Nessun problema: può capitare!”. Poi nel profondo penso: “Tranquillo: prendo botte morali tutto il giorno, dalla mattina alla sera… ecco qua, appunto… pure la notte!”. Lui sorride, si volta verso la ragazza con cui stava scherzando e tronca la conversazione con un: “Basta sesso! Si balla!”. Si volta verso di me. Mi guarda intensamente. Poi sorride, porgendomi la sua mano sinistra. È l’invito a ballare accompagnato subito da un insolito inchino d’altri tempi a cui non sono proprio abituata. È tutto così naturale, ironico e fresco. Mi alzo dalla sedia appoggiandomi con leggerezza alla sua mano che mi accompagna al bordo della sala. Di nuovo quello sguardo intenso e reciproco che rispetta i tempi. Quando sento d’esser pronta, il mio braccio sinistro si appoggia lievemente sul suo braccio destro. Lui rispetta la distanza che ho involontariamente stabilito. È un attimo e io non ci capisco più nulla. Tutta la razionalità che mi contraddistingue nel susseguirsi dei giorni, sul lavoro e nelle amicizie, scompare. Si dissolve nel tango. Com’è possibile? Chi è questa persona che si trova di fronte a me? Chi sono io quando cado vittima consapevole e felice di questo strano incantesimo? Per la prima volta in vita mia ballo. Ballo. E poi, ancora, ballo. Non una tanda. Ma due, tre… non ricordo più quante. Non penso più a nulla. I corpi vanno da soli. Non penso più a nulla. Avverto solo una sensazione di costante benessere mai trovata prima. Sento una voce amica pronunciare il mio nome. È come se cercasse di svegliarmi. Mi chiama per nome. Solo a quel punto ricordo dove sono. Sento di aver infranto, senza accorgermene, la distanza iniziale che avevamo stabilito. Siamo vicinissimi. La mia fronte è contro la sua fronte. La parte superiore del mio corpo è contro la parte superiore del suo corpo. Quella voce continua a chiamarmi per nome. Penso: “La conosco questa voce. Chi è?”. Penso. Penso. Penso e allora mi stacco da quell’abbraccio potente in cui eravamo avvolti io e il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Sento che torno in me. O forse che riesco da me per ricalarmi nei panni che ho dovuto cucire con sapienza per una vita intera e che forse il tango mi sta svelando essere un po’ stretti per la mia indole. Sta di fatto che il tango è finito. La voce che mi chiamava è la mia amica con cui sono in macchina. Lei vuole andare via perché si è fatto tardi: è stanca e vuole tornare a casa. “Arrivo subito” dico un po’ frastornata alla mia amica. Guardo il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto: lo ringrazio. Lui è interdetto: mi trattiene un attimo la mano che cerca di scivolare via. “Non puoi andare via così: la tanda non è ancora finita!”. “Devo” gli rispondo io. Corro a cambiarmi le scarpe. Non mi giro neanche per vedere se c’è rimasto male. Una volta in macchina guardo l’orologio e mi accorgo di aver ballato quasi due ore di fila con il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Passano diversi giorni. Mi ritrovo in una milonga. Stavolta non è una milonga popolare ma l’atmosfera è ugualmente rilassata. Mi guardo attorno. Cerco il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Non c’è. Passa una mezz’ora tra le chiacchiere leggere di amici tanghéri seduti con me al tavolino. Eccolo entrare. È lui: il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Ci guardiamo da un capo all’altro della sala. Ma lui sembra far finta di non avermi vista. “Ci sarà rimasto male per come me ne sono andata via l’altra volta! Ha ragione: al posto suo io mi sarei offesa a morte!”. Lui si avvicina al tavolo dove sto chiacchierando. Penso: “Ecco, arriva a salutarmi!” E invece va dritto, prosegue e si mette a chiacchierare con altre persone. “Ah! Ma come si permette?” penso io. Nella mia testa già volano accuse: “Maleducato! Potrebbe almeno salutarmi!”. Passa mezz’ora e lui non mi invita a ballare. Ci si guarda a distanza. Ma niente. Nessun invito. Decido di andarmi a fumare una sigaretta fuori dalla sala. Una volta fuori mi accendo la sigaretta e mi siedo sul gradino di un negozio chiuso proprio accanto alla milonga. Esce anche il tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. Si accende una sigaretta e si siede accanto a me. “Ci siamo conosciuti qualche sera fa, vero?” dico io. “Sì” dice lui, aggiungendo “ma non ricordo il tuo nome”. “Perché non te l’ho mai detto” gli rispondo io. Finite le presentazioni e sparata la cartuccia del “Come ti sembra la serata? Carina, vero?” penso: “Mi inviterà a ballare!”. E, invece, nulla! Mentre la sigaretta sta per finire io inizio a chiedermi se nel tango ci sia la regola del “Una volta che si balla insieme, la volta dopo, quando ci si incontra in una milonga, non si balla insieme”. Mi è già capitato altre volte e inizio a pensare, a questo punto, che sia una regola. Ma che regola assurda, se questa è una regola! E se questa fosse una regola, una regola assurda e a me sconosciuta, io decido di infrangerla! “Ti va di ballare?” gli chiedo io alzandomi in piedi. “Sì” risponde lui rimanendo seduto. “Con me!”, ribadisco io. Lui sorride, si alza in piedi: “Certamente!”. Rientriamo in sala. Balliamo, balliamo, balliamo. Una, due, chissà quante tande. La Luchadora quella sera è vicina a vedere l’alba. Una sera, qualche milonga più in là, la Luchadora deciderà di accettare l’invito per una pizza senza pretese da parte del tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto. A cena scoprirà che il parlare strano del tipo un po’ brillo, ma simpatico e un po’ matto dipenderà dal fatto che il tipo non è italiano e quindi non ha una grande padronanza della lingua italiana.

Dunque, parlare o non parlare: è veramente questo il problema? No. Sarà solo la conferma che il tango è un linguaggio diverso che spesso si allontana dal linguaggio delle parole. E, allora, forse la domanda è: siamo ciò che diciamo o siamo ciò che balliamo?

La Luchadora


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