Dic
22
2010
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Frammenti di una prima milonga

Andare a ballare fuori in milonga è importante, fa crescere, fa divertire, fa imparare meglio. Quando un principiante esce a ballare e conosce la milonga per la prima volta accadono mille cose divertenti e commoventi, specialmente se è in gruppo con i suoi amici, principianti come lui e non. Ne nasce una bella serata che molti ricorderanno come il loro battesimo milonguero.
GROUCHO, è il nome di battaglia che si è scelto uno di loro, sull’onda dell’entusiasmo della serata ha scritto il pezzo che leggete, bello, commovente che merita di essere letto e ricordato.
Ebbene vi presento Groucho, buona lettura.

La Redazione


Attentamente guardo le luci, ascolto i suoni contemplo la giostra dei danzatori che scorre davanti ai miei occhi. Guardo, e dentro di me si compongono ricordi e suggestioni diversissime. Penso al ballo e mi tornano in mente alcune scene di romanzi i film che ho molto amato, dove il ballo è una parte cruciale della narrazione, il punto focale dove si somma l’essere e l’apparire, il vedere e l’essere visti, dove i personaggi nel ballo scoprono una parte di sé, percepiscono i propri sentimenti profondi, ne hanno timore e al tempo stesso ne sono irresistibilmente attratti.
Osservo ancora. Altre suggestioni. Questa volta sono le sale da ballo di Renoir, le scene di danza di Degas, con le loro luci, le sfumature che ricostruiscono i suoni. Osservo quegli specchi alle pareti che rimandano ciò che avviene sul parquet. Lo specchio, l’infedele testimone di ciò che siamo, l’immagine di noi riproiettata in cui spesso non ci riconosciamo, a sua volta diversa da quella che di noi ha chi ci osserva.
Osservo, osservo, osservo e improvvisamente vengo invitato a ballare. In quel frammento di tempo tra l’alzarmi e l’abbraccio c’è velocità e sospensione, la velocità consueta di un’azione semplice e la sospensione di un tempo che sarà scandito da un tango. Tutto svanisce, la tensione è così forte che le gambe mi tremano, letteralmente. Mi tremano ma vanno, per mia fortuna, da sole e un po’ incespicando a scandire il mio primo passo in una milonga (e, per inciso, ringrazio la meravigliosa pazienza della mia prima, in assoluto, compagna di ballo).
La sala gira, la sala, non io, perché io non so assolutamente cosa sto facendo, e credo si percepisca bene nel mio sguardo. Mi rendo conto di non ricordare neppure un passo al di là della base, e se mi avessero chiesto, in quel momento, cosa stavo facendo probabilmente non avrei saputo dirlo neppure.
E il tango va e io anche. Lentamente mi accorgo, capisco, che sono io a guidare (evidentemente) e lo “specchio” gentile rimanda i miei passi, indecisioni, esitazioni e paure. Il tango finisce e, quasi stordito, ritorno al tavolo.
È stato bellissimo, unico, come tutte le prime volte. Ma qui c’era una differenza, enorme, io non ero da solo. Le prime volte di molte delle cose che mi sono avventurato a fare sono state tutte da solo: la prima volta che parli in pubblico, che sali su un palco a recitare o che ti schieri col coro per cantare. Ma qui è diverso, non ballo da solo, “l’altro” è il tuo specchio che stringi e ti restituisce le tue sensazioni, e al quale al tempo stesso comunichi le tue, in teoria, perché non credo proprio di riuscire, nel mio primo tango, a percepire questo livello di sensazioni. Troppo teso.
La sala intorno a me continua a girare la sua giostra mentre io ritorno a sedermi.
Altri tanghi, e riesco, abbastanza, ad ammaestrare la mia tensione, fino a quando non viene IL MOMENTO. Ballo con lei, la mia compagna, la mia compagna di vita. È la nostra prima volta, in assoluto. Mai ballato assieme (perché le lezioni non contano in questo caso). Ormai le gambe non mi tremano più e mi sento più sicuro. Ma l’emozione è fortissima, lo percepisco nella fatica che faccio a guidarla. Stiamo ballando il nostro primo tango. E la sala scompare, letteralmente scompare nei suoi occhi che divengono l’orizzonte dove ondeggio. Siamo nel tango.

Groucho

Written by admin in: Varie | Tag:, ,
Dic
20
2010
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Escamillo e adesso baciami come sai fare tu

I Diari di Escamillo #6

L’ho vista di nuovo, “adesso baciami come sai fare tu”.
Non quella vera, quella abbandonata, ma la mia, quella con cui avevo ballato, intendo dire quella con il ragazzo che ha difficoltà a passare sotto le porte.
Adesso avete capito.
Era di nuovo in milonga, mi faceva gli occhioni, una mirada molto insistente, direi, se proprio volete essere “tecnici”.
Ma a me piace di più dire che mi faceva gli occhioni, con sbattito di ciglia e quant’altro.
Credo sospetti che io sia il redattore di questi diari: Escamillo !

Per servirvi, cari lettori, con le ultime riflessioni tanguere pre natalizie.
“Adesso baciami come sai fare tu” deve aver letto il diario e poi ha fatto 2 + 2.
Per questo, dopo la prima tanda e una raffica di domande indiscrete, ho finito per piantarla in asso.
Ad un certo punto per mascherare ancora la mia identità le ho detto : “Ma no ! Dai, a chissà quanti altri poi ti sei rivenduta questa battuta, non sono io Escamillo !!”
Il suo sguardo perplesso l’ha tradita, ce l’aveva scritto in faccia che se l’era rivenduta di nuovo la storia “adesso baciami come sai fare tu !”, che io, a mia volta avevo riciclato da quella vera.
Ah ah infingarda ! E adesso, se leggi questo, ne hai la certezza ! Sai chi sono ma non puoi dirlo.
Magari anche il tuo lui legge i diari !

Grazie, ci ballo bene con te, sei carina, ma vai bene solo per fare qualche impiccio.
E, purtroppo, di impicci, ce ne ho già troppi, per cui non se fa niente.

Sapete, torniamo al tango, sono tanti i motivi che mi hanno avvicinato al tango, uno sicuramente è stato la sensazione di aver trovato qualcosa di “vero” e di genuino.
In queste atmosfere cariche di forti sensazioni, passioni, sentimenti, si ha il sentore di essere appagati da qualcosa di genuino.
La mia donna ideale è così: vera, genuina, capace di forti passioni.
Merce rara, vorrei tanto incontrare qualcuna che mi sorprenda, che sia lei e che non cerchi di essere qualcos’altro. Senza paura, sicura, sincera.
Non ne posso più di relazioni impicciate.
Il tango lo vivo così, sul piatto si mette tutto e subito, chi non lo fa perde tempo, e ho visto che dopo un po’, spaventato, abbandona.
C’è però solo una cosa che spaventa me: tutto dura troppo poco, massimo tre minuti.
E’ questo il prezzo da pagare, mi chiedo ? Si può avere tutto ma solo per un periodo brevissimo ?

Raramente ho ballato una tanda intera con la stessa passione che capita nello spazio di in un brano; si capita, non voglio dire di no, raramente, ma capita.
Sbaglio a paragonare il ballo a quello che potrebbe/dovrebbe essere anche una relazione di altro tipo ?
Ho letto il commento “il tango non è liquido” al diario della Luchadora n°7, lo trovo interessante anche se non condivido tutto.

Cara Luchadora probabilmente noi tangueri neofiti, passiamo tutti, prima o poi, nella stessa sequenza di errori o casualità che altri hanno vissuto prima di noi: blocchi, confusioni e paragoni non opportuni tra ballo e relazioni di altro tipo.
Trovo interessante anche la tua osservazione: “…ma se la vita è una milonga… è vero che è necessario avere bravi maestri di vita…ma a cui ispirarsi…il resto viene da sè…devi solo buttarti in milonga!
…Scegli una scuola e poi che…e sia solo la milonga! Meglio se “popolare”!”

Anche qui torni a fare paragoni - forse non opportuni ? che non calzano? - tra il ballo e la vita.
Il ballo è come la vita ? non rischiamo di perdere di vista qualcosa ?
Non vi è capitato mai di vedere i vostri amici tangueri oramai drogati e presi solo dal ballo, che hanno dimenticato, o sostituito, gli altri loro interessi, solo con il tango, e poi vederli infine saturi che esplodono e dicono: ” Ah basta io nella vita faccio anche altre cose, questa attività mi ha preso troppo tempo, smetto”.
Cos’è questo ? incapacità di gestire il proprio tempo, di discernere il giusto peso nelle cose ?
Oppure è un sintomo di crisi, debolezza, se un’attività come il tango ha tutto questo potere, mi chiedo, è l’attività che è potente di suo o noi che siamo deboli, incapaci, non pronti a gestirla ?

Sto imparando delle cose, e non parlo della musica, dei passi. Sto imparando che il tango è “una cura” per molti mali dell’animo, che è una cura dura, e che molti ne vengono anche schiacciati.
Sto imparando cose che non avrei immaginato si celassero dietro a questa avventura.
Che in superficie, anche nel tango abbiamo uno spaccato di quello che ci offre la nostra società, e c’è tutto: ci sono i “tanga” come scrive la luchadora, i tacchi, le calze, le gonne lunghe e corte, le scarpe e le suole; c’è chi le lecca e chi le usa per ballare, ci sono gli uomini soli, le donne sole, le coppie e gli scoppiati.
La rabbia dei disoccupati, e poi l’ignoranza profusa da chi vede solo l’ennesimo affare commerciale e la massificazione che a volte appiattisce tutto.
E poi e poi…

E bravo Escamillo, e poi che ti aspettavi invece, il paese delle meraviglie ?

Imparo che sotto la superficie il tango richiede dedizione, passione, studio, anni, e forse una vita non basta. Mi spavento, poi penso, però meglio così, un gioco che non finisce presto, finchè non mi annoio.
Un gioco nuovo che insegna cosa vecchie, le cose della vita.

La vità è una milonga…. ma nella vita ci sono le milonghe, fanno parte della vita, forse ne sono uno specchio, e nelle milonghe c’è vita.
Si incontrano maestri di vita, maestri di milonga, maestri di tango.
Se sei fortunato, altrimenti si incontrano tutti quei personaggi che si incontrano anche fuori, e che magari non vorresti incontrare.

La Luchadora scrive che non vuole ballare da sola, che non vuole vivere da sola, nemmeno io sapete.
Mentre cerchiamo di ballare insieme al resto del circo, a sorpresa, ogni tanto esce il nano, poi il clown, poi l’acrobata….

Il tango, entità affascinante che unisce tutti in un calderone, dove ciascuno cerca qualcosa di diverso.
Tu che mi leggi cosa cerchi ?

Quando due anime che cercano la stessa cosa si incontrano forse nasce qualcosa di nuovo.
La mia idea è che anzitutto bisognerebbe cercare il tango, capire un po’ meglio di cosa si tratta.
Magari poi capisco anche un po’ meglio questa vita.

Luchadora, pensi davvero che la vita è una milonga ? Io non so, forse no.
Forse in un bacio, quello giusto, è la vita. En un beso la vida, è un bel tango no ?
“e adesso baciami…dai..come sai fare tu”.

Escamillo



Written by admin in: Cultura, Varie | Tag:, ,
Nov
28
2010
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Il passo e la rosa

I diari della Luchadora #7

Ci sono momenti nella vita in cui ovunque ti trovi, in ufficio, per strada, sull’autobus, senti che l’unica cosa di cui tu abbia bisogno in realtà sia un abbraccio sicuro che ti trasporti nell’oblio di un tango. Un tango senza aspettative. Un tango senza pretese. Solo per il bisogno di sentire di esserci. Solo per il bisogno di sentire la vita.

Poi ti trovi in milonga. Qui hai la possibilità di appagare quel sentimento triste che si balla. E, invece, non ci riesci. È come se di colpo perdessi le parole che avevi conservato con cura per quel momento tanto atteso. È come se di colpo non ricordassi più i passi che hai imparato con tanta pazienza. Nessuno ti invita a ballare. O, se ti invitano a ballare, non riesci a esprimere ciò che senti. Perché spesso vorremmo dire delle cose e, invece, non riusciamo a dire neanche una parola? Perché spesso vorremmo ballare in un certo modo e, invece, non riusciamo a fare neanche un passo?

Non so se sia una cosa normale per chi inizia a ballare il tango. Ma c’è un momento in cui si sconfigge la paura del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è un momento in cui si apprezza la bellezza del contatto fisico con lo sconosciuto. C’è, poi, un momento in cui ci si piace dall’interno del microcosmo dell’abbraccio a due che si crea di volta in volta. Ed è come se ci si riuscisse a guardare dall’esterno e a compiacersi di quanto si sta facendo insieme. E poi c’è la fase del blocco. È normale avere la fase del blocco?

Ieri sera ero nella ormai famosa milonga dell’Eur. A proposito: bellissima, a conferma che il post di qualche settimana fa non era contro gli organizzatori! A dire il vero però, anche ieri sera qualche donna non ci ha risparmiati dai siparietti imbarazzanti… ma voglio spezzare una lancia in favore degli organizzatori: al momento dei “siparietti” ho guardato subito la faccia degli organizzatori stessi: imbarazzati anche loro…per fortuna! Dicevo… ieri sera ho chiesto alla mia esperta amica tanghéra G., se sia normale passare quella che chiamo “la fase del blocco”. G. mi ha detto che sta capitando anche a lei. Ma non ho fatto in tempo a spiegarle ciò che sento che G. ha iniziato a parlarmi del “suo” blocco. Un blocco che lei suppone essere di natura “psicologica e interiore, dettato comunque da un fattore esterno”. “Il fattore esterno” di G. è un ragazzo che ha incontrato in milonga. Lo abbiamo visto tutti che tra lei e il ragazzo è scattato subito qualcosa. “Qualcosa di fisico più che mentale” dice G.. Un’affinità che si traduce in un bellissimo tango anche solo da guardare. Ieri sera G. incontra quel ragazzo in milonga. È una serata speciale: è presente tutto il mondo del tango romano. L’occasione è un evento importante: due bravissimi ballerini argentini si esibiscono in pubblico. Prima dell’esibizione G. va a prendersi una cosa da bere al bar della milonga. Mentre si avvicina al bar, nella folla, ecco gli occhi di quel ragazzo incrociarsi con i suoi. Si salutano. Ma quel saluto è veloce e un po’ freddo. “È strano” dice G. “perché solitamente quando ci incontriamo lui è molto più espansivo e solitamente mi invita a ballare. O comunque almeno due parole ce le scambiamo. E poi, se non subito, ma comunque balliamo”. E, invece, quel ragazzo non inviterà G. a ballare. Chissà cosa scatta nella testa di G. che passerà tutta la serata ad accettare inviti da qualunque tanghéro. Lui si avvicina più volte a dove G. è seduta. Eppure non parleranno. O, meglio, parleranno a distanza ravvicinata, quasi schiena a schiena, ma rispettivamente con altre persone. G. avverte tristezza nel suo cuore. Cerca di scacciarla nell’abbraccio con altre persone. Eppure non ci riesce. E non solo non riesce a scacciarla. Non riesce neanche ad attenuarla. Mentre balla con altre persone cerca lo sguardo di quel ragazzo nella milonga. G. ha lo sguardo perso e assente. Tra una tanda e l’altra viene da me e mi dice che non sa proprio cosa le stia capitando. Cerca di concentrarsi, eppure non ci riesce. E allora sbaglia i suoi passi che fino al giorno prima la facevano volare sui suoi tacchi alti. Poi di colpo vede quel ragazzo abbracciato a un’altra ragazza. Ballano. Secondo G. nell’abbraccio dei due c’è la stessa passione che G. normalmente sente quando ballano insieme. Allora li guardo anche io. Effettivamente è innegabile. G. ha ragione. Il ragazzo mette la stessa passione anche con le altre. Però, ogni tanto, la guarda da lontano. G. si sfoga: “Non so spiegarmi cosa mi stia prendendo. È qualcosa di irrazionale: avverto dolore, delusione, rabbia! Quasi mi verrebbe da andare lì e dargli uno schiaffo in faccia! Ma perché? È assurdo!” Osservo il suo viso infuocarsi. La convinco a uscir fuori a fumare una sigaretta. “Il freddo – penso – la aiuterà a raffreddare i bollenti spiriti. “Perché – continua a ripetersi G. – dovrei provare gelosia per qualcuno che conosco appena?” Non so che risponderle e lei continua: “Quando l’ho visto abbracciato ad altre ho sentito il mio cuore lacerarsi”. G. è sopraffatta da un sentimento inaspettatamente nuovo. “È questa la gelosia? È giusto provare gelosia nel tango?”. Non so veramente cosa risponderle. Mi viene quasi da ridere pensando che inizialmente la domanda gliel’avevo fatta io pensando che, essendo G. una tanghéra più navigata, potesse avere più risposte di quante lei in quel momento ne stia chiedendo a me. Io, che nei sentimenti sono un disastro, e ora bloccata pure nel tango!

Ma è stato a quel punto che anche io mi sono chiesta se sia giusto provare gelosia nel tango. Se sia “normale”. E stamattina mi sono svegliata, ancora una volta, con in testa la canzone di Vinicio Capossela “Con una rosa”.

Spesso sento dire dalle coppie di tanghéri, che sono coppie anche nella vita reale, che quando vedono il proprio partner abbracciato ad altre persone provano ammirazione, piacere, tenerezza, felicità. Ma allora mi chiedo: cosa c’è da essere felici nel vedere la propria o il proprio partner in un intimo abbraccio con sconosciuti? Sia chiaro: l’abbraccio del tango cambia da persona a persona. Ma se ci si trova di fronte a un abbraccio inequivocabilmente passionale non è più normale provare dolore, delusione, rabbia? E poi: può esistere la gelosia nei confronti di una persona che neanche si conosce al di fuori di una milonga? Ha, dunque, ragione G.?

P.s.

Ho rivisto il tipo un po’ matto, forse un po’ brillo, certamente carino. Non riesco più a distinguere la follia dalla normalità. Perché il vero è percepito come follia verbalizzata mentre il falso diventa normalità non detta? Mi verrebbe quasi da dire: “Evviva il folle che ha il coraggio di dire ciò che pensa in faccia! Evviva il folle che ha il coraggio di sussurrare all’orecchio ciò che sente!”. E, allora, forse non sarà che è la verità, e non la follia, a far paura? Certamente, per ora, posso immaginare che i sentimenti di G. siano veri e mi fanno paura. Forse i sentimenti di G. sono un mistero che io ancora non ho conosciuto. Sono un mistero che io, certamente, non abito. E in cui, forse, non vorrò mai abitare. Neanche se mi venisse a cercare con una rosa. Perché, con la fortuna che ho, sarebbe piena di spine!

La Luchadora

Written by Luchadora in: Varie | Tag:, , , , , , , ,
Ott
23
2010
2

I diari della Luchadora #4

Un tanga non fa un tango. Ma una bombilla fa una milonga.

Un tacco dodici centimetri? Una gonna corta dallo spacco vertiginoso? Una scollatura che non lascia spazio all’immaginazione? Uno smalto rosso fuoco? Sono veramente questi i dettagli che rendono una donna sensuale? E quando la sensualità si traduce in volgarità?

Nelle milonghe, ultimamente, noto con un po’ di rammarico che spesso si confonde la sensualità con la volgarità. Ma che cos’è la volgarità? Sicuramente è oggetto di discussioni spassose con altre donne. Ma lo spasso, talvolta, può trasformarsi in rabbia. Com’è possibile che quella ragazza non si renda conto di essere ridicola? E perché quell’uomo anziché non assecondarla la induce ad aumentare quel comportamento grottesco?

Giorni fa mi è capitato di andare in una milonga dell’Eur. Una sala spaziosa, dal liscio pavimento di marmo, all’interno di un edificio costruito da Mussolini. Sono sempre stata un po’ restia nell’entrare in quella struttura architettonica della mia città, frutto di un orribile passato della mia terra. Tuttavia tutti parlavano di quella milonga come di una location perfetta per il tango. La mia curiosità era diventata troppo forte e, soprattutto, mi ero convinta che una milonga all’interno di un edificio d’origine fascista potesse essere un buon modo per riappropriarsi di un luogo che comunque c’è, ancora esiste, ed è impossibile ignorarlo. Ma è stato proprio lì che ho assistito a uno degli spettacoli più brutti degli ultimi anni. Una formosa ragazza di poco più di vent’anni, decisamente poco sobria, si agitava stretta in un abitino scollato e corto nel mezzo della sala. Arrancando sui suoi scintillanti tacchi alti si aggrappava a un uomo sulla quarantina, o su di lì, che la strapazzava a destra e a sinistra alzandole (distrattamente?) il lembo della gonna corta che scopriva interamente il suo fondoschiena neanche troppo piccolo e solcato da un sottilissimo perizoma nero. La prima cosa che ho pensato è stata: “Questo è certamente un tanga ma non è certamente un tango!”

Come la maggior parte delle persone presenti ho cercato di non badare troppo all’episodio. Lo ammetto: ho provato vergogna per la scena che si svolgeva di fronte ai miei occhi. Quasi mi sono scoperta in cerca di un telecomando immaginario per cambiare canale. Ma quella non era una velina che si faceva umiliare in diretta tv. Era una ragazza vera. In carne e ossa. Ho pensato: “Avrà bevuto un bicchiere di vino, può capitare di non reggerlo! A chi non è mai capitato? Può accadere, è umano!” Ma poi ho assistito alla scena successiva e ho pensato: “No, tutto ciò non dovrebbe accadere in una milonga così come nella vita quotidiana!” La ragazza era seduta su un cuscino davanti allo stand di un famoso negozio di scarpe da tango che quella sera esponeva la merce in vendita. La ragazza poco sobria faceva finta di allacciarsi e slacciarsi le scarpe. Provava modelli nuovi. Il tutto davanti a un fotografo tanguero che le chiedeva di continuare lo svilente teatrino perché lui ne avrebbe tratto un “fantastico reportage di milonga”. La ragazza allora proseguiva. E io pensavo che più di un reportage di una milonga si trattasse di un reportage che in gergo militaresco si definirebbe “da un’area di crisi”. Il tutto si svolgeva davanti al proprietario dello stand che inizialmente era interdetto, poi infastidito, quindi decisamente arrabbiato quando la ragazza, noncurante e in posa davanti all’obiettivo, facendo finta di leccare le suole delle scarpe in vendita, ha rovesciato un intero cocktail a terra. Né la ragazza né il fotografo hanno chiesto scusa. Anzi, la ragazza ha afferrato al volo un paio di scarpe incorniciandole al suo volto. E, insieme a quel paio di scarpe, non si è lasciata sfuggire l’occasione per mostrare all’obiettivo del fotografo una falsissima faccina che con aria “birichina” sembrava dire: “Oh, che sciocchina che sono!”. Il fotografo l’ha presa per un braccio e l’ha portata via. Saranno stati in molti a tirare un sospiro di sollievo. Il mio telecomando immaginario aveva funzionato? Ero riuscita a cambiare canale? Niente affatto: i due si erano spostati pochi metri più in là. E mentre il proprietario dello stand di scarpe da tango asciugava il pavimento, i due – in area di crisi esistenziale – si erano sistemati attorno a una colonna marmorea della grande milonga. La ragazza si strofinava sulla colonna e il fotografo continuava a scattare foto. Una tristezza infinita aveva invaso la milonga. Né Gardel, né Piazzolla, né tantomeno Pugliese sarebbero stati in grado di ripristinare la magica atmosfera di una vera milonga. Quei due erano come un brutto graffio su un antico e prezioso vinile. Per tutti noi tangueri la serata era finita. Il tango era svilito. Tornando a casa, continuavo a chiedermi il perché fossimo stati tutti costretti ad assistere a quella brutta scena. Perché nessuno fosse intervenuto per dire: “Hey, questa è una milonga!”

La bellezza di un corpo si era trasformata in volgarità. Il fascino della milonga, di colpo, sembrava essere diventato una chimera. E allora mi chiedo se tutti quegli esperti tangueri, molto critici verso la non oculata diffusione del tango, con cui spesso discuto non abbiano, invece, ragione. Che l’eccessiva e superficiale diffusione del tango possa rischiare di inquinare una filosofia di vita? Che la folle sfrenata commercializzazione di un’arte come il tango possa portare a dimenticarne le origini?

Sono una donna luchadora. Amo la bellezza dei corpi in movimento. Ma non ne sopporto la mercificazione. Soprattutto se si tratta dei corpi femminili. E penso di non poter tollerare, dunque, neanche la mercificazione del tango e delle milonghe. Forse, dunque, è vero quel che un gruppo di giovani tangueri romani inizia a sostenere con forza. Qui a Roma, infatti, c’è un gruppo di ragazzi che ha da poco lanciato “Bombilla”. “Bombilla – uno di loro spiega - in spagnolo è la lampadina, è l’idea di un posto essenziale: una stanza, una luce e la musica. Niente laser colorati, niente aperitivi, niente esibizioni, niente fronzoli. Solo l’essenziale per ballare”.

Tornare, dunque, alla bellezza dell’essenziale. Perché è lì che le anime trovano lo spazio per riascoltarsi in tutta la più profonda sensualità, femminile e maschile. Perché la sensualità, certamente, non è solo donna. E non è solo a senso unico. È anche comunicazione. Non finzione.

La Luchadora


Ott
08
2010
1

I diari della Luchadora #3

Un cappello a cilindro, una mariposa e un appassionato divertimento

Quante volte nella vita immaginiamo una situazione che siamo certi prima o poi dovrà accadere, ma la immaginiamo lontana perché al momento non ci sentiamo all’altezza di fronteggiarla? E se, inaspettatamente, quella situazione dovesse capitare quando ancora non ci sentiamo pronti ad affrontarla? Che fare? Evitarla o prendere coraggio pensando che un “no” potrebbe costituire la perdita di un’occasione?

Entro in milonga insieme al mio gruppetto di amici tanghéri (milongueros. Ndr). E’ una milonga all’interno di un vecchio circolo culturale nella periferia urbana. Sul fondo della sala c’è una vera orchestra argentina che suona dal vivo. Arriva il primo invito. È stata una giornata pesante e mi sento stanca. Ma accetto. Forse il tango mi aiuterà ad alleviare la stanchezza della quotidianità, penso. Purtroppo già dopo il primo tango vorrei subito andarmene: non ritrovo la sintonia nei passi, l’ascolto reciproco. Il ballerino mi abbraccia distrattamente. Guarda i suoi piedi. Sembra non vedermi, non sentirmi. Si ostina a farmi fare cose che il mio corpo non vuol seguire. Ma resisto solo per educazione, tentando di non far trapelare l’eccessivo fastidio per quella tanda condivisa con un compagno che sembra non capire che a ballare siamo in due. Finita la tanda mi vado a sedere al tavolo e a salutare un’amica che non incontro da anni. Meraviglia del tango: nelle milonghe capita di rincontrare persone che proprio non ti aspetti di incontrare! Mentre io e lei parliamo, una di fronte all’altra, a sorpresa una mano maschile si appoggia sul tavolo. I miei occhi vanno su quella mano. Risalgono il lungo braccio in direzione del volto della persona che si è intromessa tra me e la mia amica: “il fenomeno” è in piedi davanti a me. Ha la testa leggermente reclinata verso la mia. Sorride e tiene la sua mano sinistra aperta per invitarmi a ballare.

“Il fenomeno”. L’ho notato sin dalle mie prime serate in milonga. L’ho notato subito per il suo stile energico e così sopra le righe. Chi non l’ha notato? Mi hanno detto che non balla da molto tempo. Anzi, da pochissimo. Per questo l’ho soprannominato “il fenomeno”. Ogni volta che mi capita di guardarlo ballare rimango estasiata. Mette passione anche nello sguardo, nelle espressioni del volto. E la cosa entusiasmante è che riesce a trasmettere tutto questo alla partner, coinvolgendola. Una volta, mentre lo osservavo ballare, un mio amico mi ha chiesto: “E se t’invitasse a ballare? Se ti dovesse chiedere: Balliamo?” Senza pensarci su ho risposto al mio amico: “Gli direi: sì, nell’agosto del 2011… ma anche nell’agosto 2012! … ora non mi sentirei affatto pronta.” Il mio amico ha tentato di farmi capire che i bravi tanghéri sanno far ballare bene le donne. E lo so anche io. Quante volte, a noi donne, ci è capitato di ballare con esperti tanghéri, soprattutto con i più “anziani”, e di scoprire di essere in grado di fare cose che non ci saremmo mai immaginate di poter fare? Ebbene, “il fenomeno” era diventato il tormentone ironico del nostro piccolo gruppo di tanghéri. Ogni volta che usciva fuori l’argomento “il fenomeno”, il tutto si concludeva con la mia frase: “Agosto 2011”.

Ebbene, “il fenomeno” è di fronte a me, tiene la testa leggermente reclinata verso la mia e sorride come se tenere quella sua mano sinistra che mi invita a ballare sia la cosa più naturale del mondo. Dunque: che fare? Declinare l’invito rischiando che si offenda e che non mi inviti mai più a ballare? O accettare andando incontro al rischio di non riuscire a stargli dietro? Lui è lì che aspetta. Io guardo la mia amica. La mia amica mi guarda e mi dice: “Vai!”. Il mio amico – sempre il mio amico che assiste a tutte le situazioni più assurde che mi capitano in milonga!– ha visto tutta la scena e mi guarda in cagnesco, come a dire: “Non fare la stupida: accetta!”. Io so solo che mi alzo in piedi accettando l’invito e pensando: “In fondo cosa potrà mai accadermi?”. E, mentre penso questo, farfuglio qualcosa del tipo: “Doveva essere non prima dell’agosto 2011…ma anche agosto 2012!”. “Il fenomeno” non capisce cosa ho detto e io non faccio in tempo a spiegarglielo che mi ritrovo nell’abbraccio. Il cuore corre perché tutto ciò è inaspettato. Cerco di calmarmi e mi ripeto: “Smettila di agitarti: altrimenti non ti godi il momento!”. Il cuore batte forte al ritmo dei nostri passi. Lì capisco il significato profondo delle parole di Pedro Vargas. Sto ballando al ritmo che più si avvicina al compas del mio corazon. E se così non fosse, significa che sto per avere un infarto! Ma – penso alla fine del primo tango e nell’attesa del secondo – l’infarto c’è se il cuore cessa di battere. E io, invece, posso sentirlo forte e chiaro: sono viva!

La tensione del primo tango inizia a sciogliersi. Fino a quando, tra i nostri passi divertiti, scompare del tutto. Già. Perché per la prima volta mi sto veramente divertendo. I nostri piedi s’inseguono. E scopro che la passione può annidarsi anche nel divertimento. Un appassionato divertimento. L’orchestra dà il via al terzo tango: “La mariposa” di Osvaldo Pugliese. E, di nuovo, l’abbraccio. Un lungo respiro per ascoltarsi e, poi, via. Si riparte. Quando a un tratto “il fenomeno” si ferma. Il suo braccio destro scivola via dalla mia schiena per andare ad afferrare un cappello a cilindro nero posato su un tavolo al bordo della sala. “Il fenomeno” indossa il cappello a cilindro. Già: è proprio un cappello a cilindro nero! Io penso che tutto ciò sia surreale ma incredibilmente ironico. Così come la vita, se presa per il verso giusto e con la sana dose di coraggio. Il tango di Pugliese sta per volgere al termine. Un ultimo gancio: le nostre gambe rimangono tese fino all’ultima nota. Ancora qualche attimo fermi, avvolti nel silenzio. Per questa sera non voglio più ballare: è stato un tango perfetto. E non voglio contaminare il sorriso tornato sul mio volto.

Chissà, forse non ballerò mai più insieme a “il fenomeno”. O forse sì: perché quando “da dentro” si percepisce il divertimento vitale non c’è neanche bisogno di comunicarselo a parole. Basta un semplice sorriso. Vado, dunque, a dormire. E ora lo so che, con un pizzico di coraggio, ci si può svincolare da un garbuglio di pensieri e timori che ci fanno sentire intrappolati per lanciarsi, invece, nel vuoto. E riscoprirsi una fantastica farfalla.

Una fantastica farfalla che, a sorpresa, si diverte volteggiando attorno a un curioso cappello a cilindro!

La Luchadora

nota: tanghéri - leggi milongueros. Ndr


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